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Telecom Italia, si cerca la scossa

creato da Gianluca Anghinelli ultima modifica 15/11/2011 10:37

Mediobanca e Intesa Sanpaolo incalzano Bernabè. Sperando in fusioni o acquisizioni

Ad Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, e Gaetano Miccichè, direttore generale di Intesa Sanpaolo, la “samba” ballata da Telecom Italia non basta. I due banchieri, che assieme agli spagnoli di Telefonica sono azionisti di riferimento del gruppo tlc, vogliono che il presidente esecutivo Franco Bernabè spinga sull’acceleratore di operazioni straordinarie. Perché? Il bilancio borsistico a un anno di Telecom Italia segna un deludente -22% circa e gli azionisti importanti, raggruppati nel veicolo Telco - di cui Mediobanca e Intesa Sanpaolo detengono complessivamente oltre il 23% - hanno già dovuto procedere a ripetute e massicce svalutazioni dei loro rispettivi pacchetti. Basti pensare che con le azioni in carico ancora a 1,85 euro - oltre il doppio delle attuali quotazioni - stanno persino valutando una ricapitalizzazione.

Il titolo Telecom rimane stabilmente sotto quota un euro ormai da diversi mesi, avendo toccato il minimo di 0,7015 euro a metà settembre. Di più. La “samba” di Bernabè, che oltre a quelli italiani ha annunciato i risultati trimestrali delle controllate Tim Brasil (utile +116% a 317 milioni di reais e ricavi a +18,9% a 4,37 miliardi) e Telecom Argentina (ricavi in salita a 13,39 miliardi di dollari argentini ed ebitda a 4,2 miliardi), non contribuisce a dissipare le ombre di una gestione che finora, al di là della necessaria riduzione dei costi, non è stata capace di “deal” strategici di largo respiro. Dopo che la francese Vivendi ha smentito le voci di stampa diffuse nei giorni scorsi, secondo cui la società starebbe lavorando a un progetto per rilevare il 46% della spagnola Telefonica in Telco, che a sua volta possiede il 22% circa di Telecom Italia, appare assai poco probabile una fusione con 3Italia, posseduta dalla cinese Hutchison Wampoa.

Nel mese di settembre alzarono un polverone le parole dello stesso Bernabè, che in sostanza disse: non c’è spazio nel nostro Paese per quattro operatori di telefonia mobile, tre bastano e avanzano. E tutti pensarono a Telecom Italia, Vodafone e Wind, passata dall’egiziana Orascom di Naguib Sawiris ai russi di Vimpelcom. Anche qui, però, a ottobre è arrivato lo stop di Canning Fok, l’imprenditore cinese che da Hong Kong guida le attività mondiali di Hutchison Whampoa: in un’intervista alla stampa, ha sottolineato come non ci sia alcuna intenzione di vendere la controllata italiana e, anzi, si è chiesto perché mai proprio adesso, quando il mercato punta diritto alla banda larga mobile, dovrebbe mettere in vendita il gruppo. Un’operazione di questo genere, comunque, potrebbe far cambiare opinione non solo agli azionisti piccoli e grandi, ma anche ad alcune case d’investimento che hanno sollevato più di un dubbio sul futuro di Telecom Italia.

Bank of America Merrill Lynch, per esempio, in uno studio recente ha mantenuto il giudizio “neutrale” sul titolo, con un prezzo obiettivo a 1,10 euro, prevedendo nel terzo trimestre un calo dei ricavi di Tim del 7,2%. Inoltre, si evidenzia come dopo il downgrade da parte di Moody’s e S&P, conseguente alla bocciatura dell’Italia, Telecom potrebbe soffrire nel 2012 di un’incertezza sul fronte del rating, considerati i 27 miliardi di euro di obbligazioni in essere e visto che per fine 2014 il gruppo, che oggi ha liquidità per 14 miliardi, avrà bisogno di risorse per 26 miliardi. Ancora più severo il giudizio espresso da Goldman Sachs, che ha tagliato il giudizio su Telecom Italia da “neutrale” a “vendere”, diminuendo il prezzo obiettivo a 0,76 euro. La banca americana non vede margini di una ripresa sul business domestico del mobile, il cui ebitda è sceso del 5% annuo dal 2007, con ricavi che tra quest’anno e il 2013 passeranno da 30,09 a 29,57 miliardi.

Goldman Sachs giudica il titolo Telecom Italia una classica “value trap” e sottolinea come il gruppo di Franco Bernabè, pur avendo ridotto i costi del 24% nell’ultimo biennio, oggi non abbia più molti margini per ulteriori contrazioni su questo fronte, limitati comunque a 300-600 milioni nel biennio 2012-2013. Ci sono anche analisti più ottimisti sul futuro di Telecom Italia. Come Deutsche Bank, che ha reiterato il giudizio “buy” con un target price molto ottimistico situato a 1,30 euro, dopo che lo stesso Bernabè ha negato l’esigenza che il gruppo tlc debba varare un aumento di capitale a seguito dell’esborso di 1,26 miliardi sostenuto per rilevare a fine settembre parte delle frequenze 4G. Anche Royal Bank of Scotland, pur riducendo l’obiettivo di prezzo da un euro a 95 centesimi, ha migliorato il giudizio da “mantenere” a “comprare” proprio perché lo sconto del 17% accumulato da Telecom Italia rispetto al settore segnala una buona opportunità di acquisto.

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Commenta Matteo Mediola | 15 novembre 2011 10:37
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