Bond europei a doppia velocità
Per gli esperti, il futuro del Vecchio Continente si dividerà tra tassi agevolati e di mercato
Il debito sovrano attraversa una delle fasi più tormentate della sua storia. Il declassamento degli Stati Uniti è lì a dimostrarlo. L’epicentro della crisi resta però in Europa, dove il recente coinvolgimento di Italia e Spagna fa tremare i mercati (e non soltanto quelli). Per la terza e la quarta economia della zona euro potrebbe rendersi necessario un difficile salvataggio.
La Bce ci sta mettendo una pezza. L’Italia sconta i timori legati al suo elevato indebitamento e al recente aumento dei costi per finanziarlo, oltre ai dubbi sulla capacità della politica di instaurare riforme per guarire una crescita anemica (in media +0,2% fra il 2001 e il 2010, contro il +1,1% dell’area euro). L’impennata dei rendimenti e dello spread registrata a luglio, secondo una stima di Intesa Sanpaolo, si è tradotta per il Tesoro in un onere d’interesse aggiuntivo di 440 milioni rispetto al mese precedente.
A questi livelli gli investitori spuntano tassi interessanti. Il buon senso dice di posizionarsi sulle scadenze brevi. Sul segmento decennale il Bund rimane l’investimento più gettonato, contribuendo a infiammare gli spread (vedi tabella). Anche i Treasuries la settimana scorsa sono stati acquistati come bene rifugio e il rendimento è sceso ai minimi da 8 mesi. Lo storico downgrade inflitto agli Stati Uniti da Standard & Poor’s non dovrebbe impattare gravemente sui titoli americani, considerati ancora fra i più liquidi e affidabili sulla piazza. Inoltre le altre due grandi agenzie di rating - Moody’s e Fitch - hanno confermato agli Stati Uniti la tripla A.
Per ottenere rendimenti più elevati, a fronte di una relativa stabilità dell’emittente, occorre rivolgersi ai mercati emergenti. La performance media di questi titoli supera il 5%. “I fondamentali dei mercati emergenti sono ben più solidi di quelli dei mercati sviluppati. La loro crescita del Pil è infatti in media superiore di circa il 4%, senza contare che molte problematiche tipiche del mondo occidentale, quali il debito pubblico o la bassa crescita demografica, sono pressoché sconosciute in questi Paesi”, spiega Xueming Song, gestore di DWS Investments.
“Tutto ciò si riflette naturalmente sui titoli di Stato degli emergenti. Nel caso dei titoli denominati in euro o in dollari guardiamo con attenzione a Brasile, Russia, Polonia, Sud Africa e Perù, attratti dalla buona liquidità. Russia, Polonia e Sud Africa sono paesi molto interessanti anche per i titoli denominati in valuta locale, oltre a Indonesia, Messico e Brasile. Nell’approcciare i titoli in valuta locale l’investitore deve tuttavia considerare, oltre al rischio di cambio, le difficoltà all’accesso per gli investitori esteri”.
Questa fase della crisi del debito non svanirà come un temporale estivo. Il perdurare delle turbolenze sui mercati della zona euro rafforza la convinzione degli analisti che il pacchetto annunciato dai leader della regione sia insufficiente. Secondo Stephen Wood, chief market strategist di Russell Investments “per il futuro, quello che possiamo attenderci per l’Europa è un’economia a due velocità, con una spaccatura nel livello dei paesi. Avremo così quelli che faranno parte della zona “a tassi di mercato” e quelli che invece saranno “a tassi agevolati”.
L’Eurozona, spiega l’analista in una nota, “altro non è che un progetto incompleto, un’aspirazione piuttosto che una vera è propria area valutaria. Quindi non è sorprendente che il rischio sul debito dell’Eurozona rimanga elevato, nonostante una serie di misure ad hoc intraprese dai governanti. Ma la tensione sui mercati è stata alleviata ben poco da soluzioni prese a posteriori e non definitive. L’andamento del mercato del debito indica che la paura di un contagio è in aumento.
E sta inoltre diventando sempre più chiaro che, almeno per l’immediato futuro, i deboli Paesi periferici non saranno in grado di essere competitivi sul mercato obbligazionario. Anche se il rischio di un default a breve è stato scongiurato temporaneamente, questi Paesi devono assolutamente implementare dure riforme strutturali. Questo processo richiederà non settimane né mesi, ma anni”.


