Efetto indiretto della crisi greca sull’economia del Regno Unito
Trema anche la Cina per cui l’Europa rappresenta il principale mercato di sbocco dei suoi prodotti
Sarà l’effetto Grecia ma sfogliando le principali testate internazionali di economia e finanza il quadro che se ne ricava non è certamente dei più rassicuranti. Il fil rouge sono i tanti nodi, quelli visibili e quelli opachi, che formano la rete dell’economia mondiale e che dunque, nell’ipotesi di un default di Atene, produrrebbero effetti diretti o indiretti su altri paesi. Non è un caso che in tutta l’Europa, i governi, le imprese e gli analisti stiano tentando di valutare l’impatto che il mancato rimborso delle obbligazioni greche avrebbe sulle economie nazionali. Come ormai noto, i paesi maggiormente esposti al debito greco, e quindi anche quelli più attivi nella ricerca di una cura, sono la Francia per circa 40 miliardi di euro e la Germania per 25 miliardi. Ma la lista è lunga. Prendiamo ad esempio il Regno Unito. Qui il problema non risiede tanto negli oltre 2 miliardi di sterline in bond greci posseduti dalle banche, ma nelle probabili ripercussioni che la crisi avrebbe sugli anelli della catena attualmente più deboli: Irlanda e Portogallo. Paesi verso i quali le banche britanniche sono significativamente esposte e per i quali c’è già chi prevede un destino simile a quello greco. Michael Darda, dirigente della MKM Partners, ritiene che prima o poi anche per loro sarà necessario un secondo piano di salvataggio. Anche la Cina ha le sue buone ragioni per essere preoccupata visto che l’eurozona rappresenta il principale mercato di sbocco della sua produzione (circa il 20% del totale delle esportazioni nazionali). Deve essere questo il motivo per cui, ancor prima che le autorità greche approvassero il nuovo piano di austerity, il premier cinese Wen Jiabao aveva già rassicurato i nostri politici. La Cina, ha affermato Jiabao, ha incrementato l’acquisto di obbligazioni governative di alcuni paesi europei e continuerà a investire nei debiti sovrani del vecchio continente. E in effetti, come ritiene Stephen Jen di SLJ Macro Partners, hedge fund londinese, la Cina avrebbe acquistato un numero di obbligazioni periferiche molto vicino a quelle acquistate dalla stessa Banca Centrale Europea. Queste massicce acquisizioni di bond da parte del colosso asiatico fanno storcere il naso agli Stati Uniti che hanno assistito a un graduale processo di diversificazione del portafoglio cinese concretizzatosi soprattutto nella riduzione dell’esposizione in Treasury, i bond statunitensi. La domanda che in questo momento si pongono a New York è: chi acquisterà adesso le nostre obbligazioni governative visto che la Cina si allontana, il Giappone è impegnato nella ricostruzione e il QE2 è terminato? Ricordiamo che il programma di sostegno all’economia statunitense, noto come QE2, prevedeva fra l’altro l’acquisto di 600 miliardi di Usd in Treasury. Dallo scorso novembre la Federal Reserve ha quindi acquistato ogni mese T-bonds per circa 75 miliardi di dollari. Il QE2 si è chiuso il 30 giugno e qualcuno parla di una tempesta in arrivo per i Treasury profetizzando un crollo del mercato obbligazionario tra settembre e dicembre. Questo cattivo presagio in realtà non trova molti adepti anche perché la Federal Reserve continuerà a sostenere i mercati statunitensi e ad acquistare Treasury. Anche se non è in cantiere un QE3, le acquisizioni della Fed per il prossimo anno saranno probabilmente di almeno 300 miliardi di dollari, cioè la metà del QE2. Giocando con i numeri potremmo chiamarlo “QE2 ?”.


