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Le obbligazioni ad alto rischio tornano a sedurre gli americani

creato da grafici ultima modifica 28/04/2011 09:52

Il rischio default è calato al 2,9% nel primo trimestre 2011 ma il rendimento medio è sceso al 7%

Il mercato americano è sempre più alla ricerca di obbligazioni ad alto reddito e sempre più disponibile a farsi attrarre da emissioni che in altri momenti sarebbero state valutate troppo rischiose. Ma tant’è: la memoria dei grandi default di un paio di anni fa si è persa. E oggi si guarda con ottica miope al reddito alto e immediato. Bisogna però riconoscere che questa propensione al rischio poggia sul fatto che secondo i dati pubblicati questa settimana da Moody’s le percentuali di default negli ultimi mesi sono effettivamente scese a livelli normali, se confrontate con quelle del 2008. Si parla di valori intorno al 2,9% nel primo trimestre 2011, contro un 11% solo un anno fa. Un investimento sufficientemente diversificato, anche se soggetto al 2,9% di perdita sul capitale a fronte del default medio, può rendere ben più dei contenuti tassi offerti da obbligazioni corporate AAA e del risibile 1-1,5% offerto dai Treasuries americani o da Freddie Mac. Questo non significa che si possa abbassare la guardia, ma semplicemente che per la legge dei grandi numeri non è poi così assurda la scelta di junk-bonds, quando si sia in grado di spalmarli fra investimenti ben differenziati. Il problema ora è quello di riuscire a trovare anche questa settimana high-yield bonds che rendano veramente bene, perché nel frattempo gli emittenti si sono fatti furbi e dopo aver visto piovere sul mercato in una sola settimana di aprile quasi 4 miliardi di dollari di richieste degli investitori, non hanno più bisogno di promettere rendimenti straordinari per vedersi sottoscrivere le nuove emissioni. Così, secondo l’indice Bank of America Merrill Lynch High Yield Master II, siamo scesi in aprile alla media de 7% di rendimento, quando ad esempio, all’inizio del 2009 ci si aggirava intorno al 20%. Molti analisti si stanno chiedendo se non sia il caso di limitarsi all’acquisto di bond con rating decisamente più elevati, per investimenti conservativi, e limitare gli investimenti a rischio al comparto azionario, che, dopo qualche calo negli ultimi giorni, può dare soddisfazioni certamente migliori del 7% dei junk-bond, con rischi non poi così diversi. Per quanto riguarda i titoli governativi, pare che i problemi si stiano aggravando: non si può certamente parlare di default nel caso del governo degli Stati Uniti, ma certamente si può parlare di imminente ripresa dell’inflazione e di svalutazione monetaria, con conseguente perdita del potere d’acquisto del capitale, non protetto dai miseri interessi offerti dall’emittente. La situazione, in Europa, è leggermente diversa: il 60% circa del mercato dei bond è costituito da emissioni governative o sovranazionali, il 29% da emissioni corporate e l’11% da obbligazioni asset-backed; negli Usa la percentuale di emissioni corporate è molto più alta. I problemi di Irlanda, Grecia, Spagna o Portogallo sono quindi più sentiti in Europa che oltreoceano. Purtroppo, in questo momento, anche le emissioni governative italiane stanno soffrendo.

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Commenta Antonio Petta | 27 aprile 2011 14:00
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