Investire
Riparte la corsa all'oro. E agli etf
I flussi sui replicanti hanno pesato per il 33% degli investimenti totali dall’inizio del 2011
È ripartita la corsa all’oro. Nel mercato globale si registra un aumento di prodotti disponibili, ma con una leggere flessione degli asset. E gli investitori mondiali sembrano preferire il metallo prezioso all’equity, visto anche l’andamento internazionale dei mercati. In succo è quanto è emerso dal report di BlackRock Etf Landscape Report sui dati di novembre. A fine novembre si contano nel mondo 4.200 Exchange traded product, ovvero l’insieme di Etf (Exchange traded fund), Etc (Exchange traded commodity) e Etn (Exchange traded note), contro i 4.152 replicanti registrato alla fine di ottobre. In un mese il patrimonio totale è leggermente calato da 1.578 a 1.543 miliardi di dollari. Il mese scorso si è registrata una fuoriuscita dall’equity (per un totale di 8,5 miliardi di dollari) in favore di reddito fisso e materie prime, su tutte l’oro, che ha “raccolto” circa 5 miliardi.
E questo è in controtendenza rispetto a ottobre scorso, dove c’era stata una tendenza opposta. La motivazione è semplice da trovare: la paura sul debito sovrano del Vecchio Continente ha contagiato pesantemente la scelte degli investitori istituzionali. A questo si è sommato il fallimento delle autorità statunitensi sull’accordo di riduzione del budget federale. Il sovrapporsi di queste due situazioni hanno decretato un riposizionamento delle risorse. Il report di BlackRock riporta come globalmente i flussi sui replicanti hanno pesato il 33% degli investimenti totali nei primi 9 mesi dell’anno. Una percentuale in crescita rispetto allo stesso periodo degli anni passati: era l’11% nel 2010 e il 10% del 2009. A fine novembre negli Stati Uniti gli asset gestiti dai 1.374 Etp disponibili ammontano a 1.070 miliardi di dollari (930 miliardi solo in Etf). Particolarmente penalizzate sono le azioni delle big domestiche.
In Europa sono invece attivi quasi 1.300 Etp (1.226 sono Etf), che hanno attirato investimenti per 300 miliardi di dollari. La piazza preferita dagli investitori del Vecchio Continente è quella di Berlino, anche se in flessione rispetto ai mesi scorsi (-700 milioni di dollari). L’oro ha invece “raccolto” ben 1.200 miliardi. A spartirsi il mercato globale di questi prodotti finanziari sono i magnifici tre: il 67% del totale è infatti diviso tra iShares con 598 miliardi di dollari di patrimonio in gestione, State Street Global Advisor (268 miliardi) e Vanguard (174 miliardi). Per il mercato degli Etf non sembrano esserci problemi all’orizzonte. “Una recente ricerca di Greenwich Associates sull’utilizzo di Etf da parte di grandi fondi istituzionali e asset manager Usa, ha rivelato che circa un terzo dei primi e la metà dei secondi prevede di aumentare la quota di asset investita in Etf nei loro portafogli per i prossimi due anni - spiega Marco Ciatto amministratore delegato di Etf Consulting, Gruppo MondoHedge SpA - Sebbene gli Etf siano principalmente utilizzati per scopi tattici, gli investitori istituzionali (in particolare i fondi) si avvalgono di questi prodotti anche con obiettivi d’investimento di lungo termine e altre finalità strategiche. Per esempio, di cash equitization (l’impiego di liquidità nell’immediato e per assumere un’esposizione beta di breve termine), di transition durante il passaggio del mandato di gestione da un manager all’altro, di ribilanciamento, di aggiustamenti tattici per ottenere un rapido accesso a specifici settori e asset class, e di copertura”. Tra le asset class su cui si concentrano i maggiori investimenti vi sono: gli azionari domestici e internazionali, compresi i mercati emergenti, gli obbligazionari governativi domestici e internazionali, le materie prime e il settore immobiliare.
“La liquidità è in assoluto il fattore primario di selezione di un Etf per i fondi istituzionali, mentre gli asset manager guardano principalmente a tre caratteristiche principe – prosegue Ciatto - il tracking error, l’expense ratio e il benchmark sottostante. Le sfide degli emittenti già consolidati saranno quelle di sapersi adattare ai prossimi cambiamenti che le domande degli investitori richiederanno per mantenere la propria quota di mercato e contrastare la crescente competizione di alcuni player (anche sul fronte dei costi), come i grandi asset manager tradizionali con forti brand, società con piattaforme proprietarie o di distribuzione e innovative boutique finanziarie con specializzazioni di nicchia (questo soprattutto negli Stati Uniti, un mercato significativamente più maturo)”.


