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Capaci di sfruttare i limiti delle abitudini “finanziarie” nel breve periodo. Nel lungo non sempre...

Fondi comportamentali, la loro preda è “l’errore umano”

creato da grafici ultima modifica 09/03/2011 11:51

Le migliori performance di questi strumenti si concentrano a gennaio, dicembre e maggio

I fondi di investimento che dichiarano di applicare la finanza comportamentale nelle loro strategie di investimento hanno conquistato molta popolarità in questi ultimi anni divenendo un ottimo strumento di marketing per molte società di gestione del risparmio. In un mio recente articolo pubblicato dalla rivista scientifica Journal of Index Investing ho analizzato la perfomance dei maggiori fondi Behavioral presenti oggi sul mercato.
I gestori che usano le teorie di finanza comportamentale nelle loro strategie di investimento basano le loro assunzioni sulla convinzione che gli investitori non sono sempre guidati da principi pienamente razionali che li dovrebbero spingere a massimizzazione i loro ritorni. In molti casi gli investitori sono guidati da schemi mentali che li portano a commettere delle anomalie che sono in totale contraddizione con la teoria dei mercati efficienti.
I soggetti economici, in sostanza, sono soggetti ad errori cognitivi che influenzano il loro processo di scelta e il loro processo di gestione ed elaborazione delle informazioni. Sono molti gli schemi mentali analizzati dalla letteratura scientifica e le “regolarità non razionali” di mercato guidate da queste anomalie.
Solo a titolo semplificativo si possono citare alcune regolarità tipiche e ricorrenti dei mercati che si creano in virtù di queste anomalie come l’effetto Gennaio e quello del lunedì. Con l’effetto Gennaio, scoperto da Thaler nel 1987, si evidenzia come i mercati azionari tendono a concentrare a gennaio la migliore performance dell’anno. L’effetto Lunedì, scoperto da Frech nel 1996, evidenzia che i prezzi di borsa del lunedì sono inferiori a quelli del resto della settimana.
Altra anomalia interessante è il cosiddetto fenomeno di ancoraggio, dovuto al fatto che gli individui tendono a prendere il prezzo di acquisto del titolo o prezzo obiettivo come riferimento per le scelte future di investimento. Si creano così delle “ancore mentali”. Parzialmente legato a questo fenomeno è l’avversione alle perdite.
Gli individui tendono a evitare il “dolore” provocato dall’incassare un perdita su un titolo acquistato che ha perso valore dove le prospettive sono addirittura peggiorate. L’individuo preferisce allora non liquidare il titolo tenendolo in portafoglio mantenendo una perdita sulla carta, non realizzata, che non viene percepita come reale. I fondi di investimento Behavioral combattono queste anomalie attraverso regole di gestione che obbligano i gestori ad applicare lo stop loss (o vendita forzata dopo che il titolo ha perso più di una certa quota) o a non darsi prezzi target per non cadere nella trappola opposta di vendere troppo presto il titolo sfruttando così il momento positivo di esso. Sono tuttavia molte altre le anomalie degli agenti che compongono i mercati scoperte e analizzate in questi ultimi anni.
I fondi che usano le strategie di finanza comportamentale sfruttano queste anomalie per ottenere extra rendimenti rispetto ai gestori che basano le loro strategie di investimento. Nello studio abbiamo analizzato la performance di 31 fondi Behavioral con masse gestite pari a circa 16 miliardi di dollari. I periodi analizzati vanno dal 1998 al 2009. Le nostre conclusioni sono che in periodo relativamente brevi (1 anno) questi fondi tendono a battere mediamente il loro benchmark mentre su orizzonti più lunghi (3 anni o più) le loro performance sono meno positive. Questa tipologia di fondi tende poi a performare meglio in periodi di borsa positivi mentre soffrono più della media in periodi di borsa negativi. Interessante notare come le migliori performance di questi fondi si concentrano a gennaio, dicembre e maggio.
I fondi Behavioral insomma, come rapaci in attesa che la preda commetta l’errore, sembrano capaci di sfruttarne i limiti conoscendone le abitudini. Il problema sembra essere la capacità di mantenere questo vantaggio competitivo rispetto agli altri nel lungo periodo.

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Commenta Alessandro Santoni | 07 ottobre 2010 15:00
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