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Fondi, ora l'Asia si è fermata a guardare

creato da Gianluca Anghinelli ultima modifica 01/02/2012 16:16

Le economie emergenti hanno un buon equilibrio fiscale ma pesano il debito Ue e la politica Usa

Anno 2012 e mercati emergenti. La questione è aperta, considerando che, in un contesto come quello attuale, il punto centrale è capire come trovare un pò di extra rendimento. Così, se sui mercati occidentali piove troppa incertezza, su quelli emergenti la visione sembra essere più positiva. Eppure, anche lì, meglio usare una certa cautela. Parola di Allan Conway, responsabile azionario dei mercati emergenti di Schroders, la casa di gestione britannica fondata nel 1804 e quotato alla Borsa Valori di Londra dal 1959. Che spiega: “Gli emerging saranno probabilmente influenzati dagli sviluppi esogeni macroeconomici: il rischio principale proviene dall’eurozona, in un momento in cui sembra in pericolo il progetto di una moneta unica”.

Le economie emergenti godono però di fondamentali ancora robusti, mentre le valutazioni di mercato scontano già gran parte delle cattive notizie...

Sì, l’investimento strutturale nei mercati emergenti poggia tuttora su solide basi; anche un’eventuale fase di debolezza legata alla possibile dissoluzione dell’area euro rappresenterebbe a nostro parere un’ottima opportunità di acquisto in un’ottica di lungo periodo. Prima di vedere che cosa potrebbe riservare il 2012 ai mercati emergenti, occorre fare il punto sull’anno che sta per concludersi.

Innanzitutto cerchiamo di capire perché le piazze emergenti hanno sottoperformato nel 2011.

Certo non a causa di un peggioramento dei fondamentali di bilancio, che si confermano ineccepibili a tutti i livelli – statale, aziendale e privato; a ciò si aggiungono abbondanti riserve in valuta estera e un modesto indebitamento delle banche. Inoltre i Paesi emergenti godono di un rapporto fra debito pubblico e Pil relativamente basso e di un buon equilibrio fiscale. Per di più, nonostante l’attività economica abbia subito un rallentamento in tutto il mondo, il differenziale di crescita fra mercati emergenti e sviluppati è rimasto invariato. In altre parole, nell’ultimo decennio – persino durante e dopo la crisi finanziaria – le piazze emergenti sono cresciute a un ritmo più veloce di quelle avanzate, staccandole di circa quattro punti percentuali. A nostro parere occorre considerare tre elementi principali che sono il dollaro Usa, l’inflazione e la crescita globale. Dall’inizio dell’anno alla primavera, il biglietto verde ha attraversato una fase di debolezza che avrebbe dovuto favorire le piazze emergenti.

Tuttavia, i rendimenti si sono rivelati deludenti in quanto gli investitori erano preoccupati dell’aumento dell’inflazione. Poi, dopo un periodo di stabilità, il dollaro ha cominciato a rafforzarsi sull’onda della sempre maggiore avversione al rischio suscitata dalla crisi dell’eurozona e dalle conseguenti pressioni sulle previsioni di crescita globale. Il vigore della moneta americana e il peggioramento delle prospettive di crescita penalizzano le piazze emergenti. L’asset class ha quindi risentito di questo, nonché delle operazioni eseguite dagli obbligazionisti a copertura dell’esposizione valutaria, della diffusa sfiducia verso i mercati azionari e della tendenza generale alla presa di profitto.

Che cosa offrono dunque le piazze emergenti?

In breve, potremmo rispondere: valutazioni decisamente allettanti ma vulnerabili a forti rischi legati a fattori esogeni ed eventi estremi, come la crisi del debito sovrano europeo e l’incertezza sulla politica fiscale statunitense.

Che fare dunque?

Occorre ricordare che le economie e i mercati emergenti evidenziano una divergenza rispetto ai Paesi avanzati, ma solo se si considera un ragionevole periodo di tempo. Negli ultimi dieci anni Ie aree emergenti sono cresciute molto più rapidamente di quelle sviluppate e hanno offerto rendimenti azionari ben più robusti. Tuttavia, se si considera un breve periodo di tempo, è possibile che i mercati presentino un’elevata correlazione, soprattutto nei momenti di stress finanziario. Nell’immediato, probabilmente, questa tendenza proseguirà a causa dell’incertezza che pesa sul mondo occidentale. Anziché cercare di capire le prossime mosse dei leader politici europei e americani, preferiamo concentrarci su quanto sta realmente accadendo nelle aree emergenti. I corsi azionari delle piazze emergenti risultano convenienti in base a qualunque parametro. Sì. Sia in un’ottica storica che rispetto ai mercati sviluppati, quelli emergenti presentano multipli allettanti, dal rapporto prezzo/ utili prospettico a 12 mesi ai coefficienti fra prezzo e valore nominale e fra capitalizzazione di mercato e Pil. Il p/e prospettico a 12 mesi, basato su una previsione di crescita degli utili del 12% circa, è pari a 9.

Occorre quindi rispondere a una domanda fondamentale: quanto è sensibile la crescita degli utili dei mercati emergenti alle variazioni del Pil e quali conclusioni trarre sulle prospettive delle piazze azionarie dell’area per il 2012?

Quello che è chiaro è che il Pil nominale dei Paesi emergenti sta rallentando a causa della combinazione fra calo dell’inflazione e rallentamento dell’economia globale. Come prevedibile, l’aumento del fatturato nei mercati emergenti è strettamente correlato all’andamento del Pil nominale. Quindi, se il Pil nominale rallenta, anche le vendite si troveranno sotto pressione. Ciò si tradurrà in una contrazione dei margini e alla fine ne risentiranno anche gli utili. La crescita degli utili non è strettamente correlata al Pil nominale, mentre dipende moltissimo da quello reale. Analizzando i cicli precedenti si vede che, se la crescita del Pil reale dei Paesi emergenti si mantiene al di sopra del 4%, gli utili continueranno a registrare una variazione positiva.

Quali sono allora le vostre previsioni?

Anche nell’ipotesi di base di una crisi del credito nell’eurozona, nei Paesi emergenti prevediamo un incremento del Pil reale del 4,5% per il prossimo anno. Lo scenario meno pessimistico dovrebbe tradursi in una crescita del Pil del 6%; a nostro parere, solo una rottura disordinata dell’unione monetaria europea farebbe piombare la crescita delle aree emergenti al 2,5%, vale a dire al di sotto della soglia critica del 4%.

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Commenta 01 febbraio 2012 16:16
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