Investire
Fondo pensione cerca incentivo
Parla il cio Lombardo: rimangono importanti i negoziali, con la rotazione dei mandati
“Mi auguro che, alla fine, l’incentivo fiscale arrivi”. Lo dice chiaro e tondo Giordano Lombardo, chief investment officer a livello di gruppo di Pioneer Investments e vicepresidente - insieme a Pietro Giuliani e Mauro Micillo - di Assogestioni. Lombardo si riferisce ai fondi pensione, di cui l’associazione del risparmio gestito ovviamente si occupa. In particolare, nel suo report Assogestioni analizza l’andamento di una base dati composta da 340 comparti di fondi pensione aperti, che complessivamente - stando ai dati riportati sul sito - gestiscono un attivo netto pari a oltre 4,4 miliardi di euro.
Pioneer Investments, da parte sua, propone il fondo pensione aperto UniCredit Previdenza, che a sua volta offre undici comparti, basati sul tempo che manca alla pensione e sulla propensione al rischio. Al 31 agosto, il fondo conta un totale di 29.582 iscritti individuali e 6.247 iscritti collettivi, mentre il patrimonio del fondo si attesta a quasi 294 milioni di euro (293.848.029, per la precisione). I fondi pensione e, più in generale, le intenzioni del gruppo in Italia: Lombardo ne ha parlato con SOLDI a margine dei Pioneer Investments’ European Colloquia, sul lago d’Iseo, dove a metà settembre il ceo Roger Yates ha aggiornato la stampa sulle strategie in attesa del piano quinquennale che arriverà entro la fine dell’anno.
Come sta andando il vostro fondo pensione?
In Italia registriamo una lenta crescita, grazie agli aderenti. In generale, i fondi pensione non sono ancora entrati nella cultura dei lavoratori. L’ambiente istituzionale, poi, non ha facilitato la crescita. Quello che è mancato è un incentivo fiscale mirato. Rimangono importanti i fondi negoziali, su cui c’è la classica rotazione dei mandati. Adesso, la crescita degli asset è legata a quella - lenta - degli aderenti.
Pesa l’avversione al rischio, oppure no?
Direi di sì. Il pericolo è che questa avversione contagi anche gli istituzionali, che poi sono gli investitori di lungo periodo. Ad ogni modo, spero che alla fine arrivi l’incentivo fiscale. Noi, come Assogestioni, lo supportiamo. Ricordo che diversi richiami in questo senso sono arrivati anche dal presidente Domenico Siniscalco.
Tornando invece a quello che ha detto il vostro ceo Roger Yates qualche giorno fa, quale posizione occupa l’Italia nelle strategie di Pioneer Investments?
L’Italia rimane il principale Paese di sbocco, con circa il 45-50% del business totale. Resterà centrale. L’obiettivo, in Italia, è servire al meglio il gruppo. Siamo presenti nell’istituzionale ma seguiamo anche il retail e il private. E poi, il gruppo può contare anche su Fineco. Il retail è la parte più importante, per Pioneer. Puntiamo a rispondere alla domanda di prodotti che proteggano dal grosso rischio di mercato.
Quindi?
Quindi abbiamo individuato due filoni, che hanno caratterizzato l’attività in questo periodo. Il primo è quello dei prodotti obbligazionari a scadenza definita, che comprendono anche una componente corporate. Dopo il 2008, la scelta è stata quella di chiudere l’orizzonte temporale del cliente. Sapere, per esempio, quanto rende il prodotto da qui a cinque anni è importante per affrontare l’avversione al rischio. Gli investitori sono restii ad assumersi rischi, e verosimilmente lo resteranno ancora per un po’. Parecchi di loro non vedono da tempo un bull market. In America, per dire, ci sono più abituati. Ecco, l’idea è proporre prodotti che aiutino gli investitori a diversificare il prodotto obbligazionario. Le componenti, dunque, sono governative e corporate.
E il secondo filone?
È quello dei prodotti asimmetrici, tramite la gestione patrimoniale e i fondi di fondi. L’obiettivo, qui, è catturare una percentuale del mercato al rialzo e una piccola percentuale del mercato al ribasso. Mi spiego. I clienti hanno l’esigenza di limitare le grosse perdite che si registrano con i grossi crolli di mercato. Sui trecinque anni, i loro rendimenti sono simili o inferiori rispetto ai prodotti più liberi. Insomma, si rinuncia a una parte di upside, ma almeno così il prodotto è meno esposto al ribasso. In questo filone, abbiamo proposto una soluzione legata alla gestione patrimoniale e poi un fondo di fondi. La prima è, di fatto, nel Portfolio UniCredit. Ce ne sono diverse versioni, a seconda dell’ammontare medio che resta investito in asset rischiosi. La seconda, invece, è in UniCredit Soluzione Fondi. Questo, in ultimo, consente di non focalizzarsi troppo sul benchmark.
Un po’ nello stile dell’absolute return?
Anche quella strategia di portafoglio, in effetti, è studiata per essere il più svincolata possibile dal benchmark. Si può essere più prudenti o più aggressivi, per esempio e soprattutto con prodotti focalizzati sugli emergenti.
E per quanto riguarda la rete?
In Italia abbiamo fatto un grosso sforzo per supportarla, inserendo venti consulenti di Pioneer Investments nella rete di UniCredit dopo l’esplosione della crisi finanziaria. L’obiettivo era stare vicino ai clienti. Segnalo che Fineco, la banca diretta del gruppo UniCredit, ha lanciato una serie di fondi di fondi di terzi ( quindi non di Pioneer Investments) con il marchio Core Series, che aiuta il promotore e l’advisor a selezionare il fondo di fondi migliore e inserirlo nel migliore contesto di diversificazione possibile. Per ora il mercato ha premiato lo sforzo, con 700 milioni di euro dal lancio della raccolta, avvenuto lo scorso mese di febbraio.


