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I fondi? Affossati dai bond bancari

creato da Diana Bin ultima modifica 29/02/2012 16:22

L’ex presidente di Assogestioni Marcello Messori prova a spiegare il crollo di settembre

Le banche, in crisi di liquidità, privilegiano il collocamento di obbligazioni bancarie nei portafogli delle famiglie italiane, a discapito dei fondi di investimento. È dunque nella modalità di raccolta che va ricercata la ragione fondamentale del crollo di cui è stato protagonista a settembre il sistema italiano del risparmio gestito: circa un terzo della raccolta negativa dall’inizio dell’anno (-14 milioni) è stata prodotta infatti dai numeri del mese scorso, chiuso in rosso per circa 6 miliardi di euro.

“Dopo che nel 2010 c’era stata una riduzione dell’emissione di obbligazioni bancarie, nel 2011 questa modalità di raccolta è ripresa fortemente, anche a seguito del fatto che c’è stato un peggioramento sui mercati interbancari e un incremento del costo di altre forme di raccolta”, ha spiegato in un’intervista a SOLDI Marcello Messori, professore di economia all’Università La Sapienza di Roma e presidente di Assogestioni fino all’arrivo di Domenico Siniscalco nel 2010.

Questo si sta ripercuotendo negativamente sul sistema dei fondi comuni di investimento, dal momento che “esiste una correlazione inversa tra raccolta dei fondi ed emissione di obbligazioni bancarie”. In particolare gli istituti bancari, sotto pressione per la necessità di far fronte a esigenze di liquidità, traggono benefici dal collocamento dei bond in termini di tempistica di incasso delle commissioni. Nel dettaglio, mentre nel caso dei fondi i ricavi vengono “spalmati” su diversi anni - ovvero su tutto il periodo in cui gli investitori detengono le quote su cui pagano commissioni annuali - nel caso delle obbligazioni bancarie la riscossione delle commissioni avviene subito, fornendo un’iniezione di liquidità immediata molto utile per le banche emittenti, specialmente in un momento come questo.

Di qui il sensibile peggioramento della raccolta dei fondi in settembre, con l’accentuarsi della crisi debitoria della zona euro e le sempre più incalzanti richieste di garanzie di capitale da parte dell’Eba, European banking authority. “E se il settore del risparmio gestito non introdurrà radicali innovazioni in termini di prodotto, non vedo grandi possibilità di ripresa nel breve termine”, ha constatato Messori. Tra l’altro, l’andamento del settore in Italia rappresenta un’anomalia rispetto al resto del Vecchio Continente: “in tutta Europa ci sono state delle difficoltà, non dico il contrario, ma non nella misura che ha interessato il nostro Paese”.

Una differenza motivata in primo luogo, secondo l’ex presidente Assogestioni, dal fatto che in Italia, più che in altri Paesi, c’è una forte dipendenza dei prodotti del risparmio gestito dai canali distributivi bancari”. Inoltre, “da noi il settore bancario deve compensare - più che nel resto d’Europa - l’enorme divario tra prestiti e depositi: da qui la collocazione di obbligazioni bancarie presso le famiglie italiane a discapito dei fondi di investimento”. Infine, la terza ragione citata da Messori risiede nel fatto che “la struttura stessa del nostro sistema del risparmio gestito è problematica, nel senso che più che altrove abbiamo a che fare con un numero elevato di sgr piccole e non specializzate, il che si traduce in un elemento di ulteriore debolezza”.

Nessuna aspettativa di miglioramento infine dal nuovo regime fiscale per il trattamento dei fondi entrato in vigore a partire da luglio per appianare le divergenze con l’Europa: “anche se è ancora presto per fare una valutazione, perché i primi effetti del cambiamento non sono ancora apprezzabili, ritengo che la disparità di trattamento fosse solo un elemento di ulteriore aggravio. Ma rimuovere queste divergenze non è di certo risolutivo”, ha concluso Messori. Un’interpretazione diversa dei dati arriva da Alberto D’Avenia, recentemente nominato a responsabile dell’area distribuzione esterna italiana e dei Paesi mediterranei di Bnp Paribas Investment Partners sgr.

“Settembre è stato la tempesta perfetta: la volatilità sull’azionario da un lato e un aumento dei rendimenti sui titoli di Stato dall’altro hanno spinto gli italiani a uscire dai fondi per investire in conti correnti e Btp”, ha spiegato il manager all’agenzia di stampa Reuters. “C’è poi il tema dell’erosione dei risparmi: parte dei fondi riscattati vanno ad alimentare infatti le spese correnti, una tendenza che trova conferma anche nel crollo d’interesse che stiamo vedendo per il mattone”, ha aggiunto.

Fatto sta l’industria del risparmio gestito è tornata vicino ai livelli di deflussi che non si vedevano dai primi mesi del 2008: a gennaio le rilevazioni di Assogestioni - che allora si concentravano sui soli fondi - avevano segnalato un record negativo di - 19 miliardi, seguito per alcuni mesi da deflussi intorno agli 8 miliardi (- 4,7 miliardi i soli fondi aperti a settembre 2011).

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Commenta 07 novembre 2011 17:46
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