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Mercati emergenti, scatta l’allarme liquidità. È troppa

creato da grafici ultima modifica 10/03/2011 13:16

Al via le contromisure, nel tentativo di attenuare l’impatto sulle proprie valute. Ma le iniziative sono...

L’ultimo report di Robert Abad e Matthew Graves, analisti di Western Asset Management, società specializzata nel fixed income, appartenente al gruppo Legg Mason, evidenzia le criticità presenti nei flussi internazionali di capitali.
Sui mercati emergenti si stanno riversando ingenti capitali, in maniera maggiore rispetto a quanto già accaduto negli anni ‘80 e ‘90, in quanto sono cambiati gli elementi che ne spingono la liquidità e oggi “è la struttura stessa dell’economia globale forzare la liquidità verso gli asset dei mercati emergenti”.
Nell’ambito della politica monetaria, ogni misura delle autorità Usa, in direzione di un ulteriore alleggerimento quantitativo, non farà altro che aumentare questo fenomeno. La conseguenza è che, “in assenza di una strategia di azione concordata a livello internazionale per una risoluzione degli squilibri globali, le autorità dei paesi emergenti non potranno che continuare a erigere unilateralmente delle barriere ai flussi di capitale, nel tentativo di proteggere il vantaggio competitivo dei loro settori commerciali e le proprie economie da pressioni inflattive”. Nella letteratura economica è spiegato che i flussi di capitale, da un paese verso un altro, sono il risultato di differenze della performance economica e delle politiche macroeconomiche. I flussi intensi di capitale in ingresso sono in generale accompagnati da rialzi del mercato azionario e di quello immobiliare, da un accumularsi delle riserve internazionali e da un ridursi del premio per il rischio sovrano.
“Questo processo, tuttavia, non sempre procede in maniera razionale ed eccessivi flussi in entrata possono comportare un apprezzamento sostanziale del tasso di cambio reale, una allocazione delle risorse distorta e una vulnerabilità rispetto ai cambiamenti repentini dei flussi di capitali in entrata, come accadde nella crisi asiatica del 1997”.
I solidi bilanci sovrani, migliorati da lunghi periodi di riforme strutturali e di disciplina fiscale, abbinati a tassi di interesse più alti e a prospettive di crescita a lungo, “hanno incanalato i flussi di capitale internazionali”. Il miglioramento graduale del profilo del credito di molti mercati emergenti “ha permesso a questi paesi di estendere lo schema delle scadenze del debito”. Quelli attuali non sono più composti principalmente da credito bancario a breve termine o del settore pubblico, “ma includono investimenti esteri diretti e più stabili, ovvero per fusioni e acquisizioni, joint-venture, progetti mirati di sviluppo infrastrutturale, flussi tangibili delle rimesse e i flussi consistenti di portafogli alla ricerca di investimenti nei mercati azionari, asiatici e latinoamericani in particolare”.
È importante ricordare, tuttavia, che “i mercati emergenti non sono immuni alla tempesta finanziaria che imperversa nel mondo e restano sicuramente vulnerabili a ogni sviluppo negli Stati Uniti che possa alterare l’interesse (o la rischiosità percepita) per gli investimenti in questi paesi” ricordano ancora gli analisti di Western Asset Management.
Nel tentativo di attenuare l’impatto sulle proprie valute, dato dall’ingresso di capitali, “molti paesi emergenti (come il Brasile o la Thailandia) hanno già messo in atto una qualche forma di controllo sui capitali mentre altri (quali Cile, Perù e Corea del Sud) stanno annunciando in questo periodo la possibilità di introdurre interventi nell’ambito degli scambi valutari”. Si tratta di politiche, tuttavia, dimostratesi storicamente esose e inefficaci contro le forze speculative.
In un quadro di crescita modesta nei paesi sviluppati a causa della zavorra dell’austerità fiscale e, più avanti, da quella del rientro dall’indebitamento di buona parte delle famiglie, la combinazione tra i bassi tassi di interesse nel mondo sviluppato e le prospettive di crescita robusta di molte economie emergenti non potrà che alimentare ulteriori flussi di capitali verso le opportunità che i paesi emergenti offrono.
Contemporaneamente all’evolvere di questo quadro, l’assenza di un organismo decisionale veramente globale, e in grado di riflettere l’attuale equilibrio di potere economico in maniera adeguata e corretta, diventerà un problema sempre più acuto.
“È chiaro che la lentezza con la quale sono risolte le questioni della credibilità del G20 riflette le notevoli divergenze di opinione tra il mondo sviluppato e quello in via di sviluppo” concludono Abad e Graves. In un momento tra i più delicati e in un quadro politico internazionale nel quale, in vista di un ciclo di elezioni politiche in tutto il mondo, si vanno rafforzando i sentimenti populisti, “aumenta il rischio di errori politici derivanti da azioni unilaterali, suscitate a loro volta da pressioni politiche”.

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Commenta Biagio Campo | 30 novembre 2010 15:53
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