Investire
Nella vita di un money manager
Gli studi, le teorie e la carriera. Dagli anni Settanta a oggi, più di trent’anni tra Orso e Toro
La storia di Mario Gabelli è tutta americana, nonostante il cognome tradisca una discendenza italiana. Dopo aver studiato alla Columbia University, nel 1977 fonda la sua casa di brokeraggio costruita sulle teorie del value investing elaborate negli anni Trenta dal duo di economisti Benjamin Graham e David Dodd. L’approccio di Gabelli alla valutazione delle azioni è allo stesso tempo semplice ed efficace. Alla base di tutto c’è la cosiddetta private market value, in altre parole la pvm: un indicatore rappresentato dal prezzo che un soggetto privato - un industriale, per esempio - pagherebbe per rilevare una determinata società nella sua totalità.
Sintetizzando al massimo: se il valore che scaturisce da questa analisi è superiore al valore di Borsa dell’azienda in questione, l’azione è sottovalutata e può rientrare tra le posizioni long del portafoglio di investimenti. Nel caso contrario, quando il valore intrinseco è inferiore a quello di Borsa, il titolo diventa un candidato ideale per una posizione ribassista. Con questo approccio, in oltre trent’anni di carriera, Gabelli diventa uno dei migliori e meglio pagati money manager di Wall Street. Oggi, sotto il nome di Gabelli Asset Management Company Investors (Gamco) si cela infatti un impero che gestisce oltre 35 miliardi di dollari suddivisi tra diverse categorie di fondi, alternativi e non, che spaziano dagli investimenti “green” alle aziende estrattive fino all’arena dei fondi merger arbitrage. SOLDI ha voluto intervistare Mario Gabelli per conoscere la sua visione del mercato in questo momento così articolato. Debito pubblico e incognite della ripresa.
L’Italia sta attraversando un difficile momento sul fronte della credibilità internazionale per via dell’alto debito e della bassa crescita. Qual è lo stato di salute del nostro Paese, visto da Wall Street?
Credo che l’Italia sia perdendo una grande occasione di sfruttare appieno le proprie qualità e i propri punti di forza. Il Paese deve puntare sulla creatività e le idee che da sempre caratterizzato il valore del made in Italy nel mondo. Da un punto di vista prettamente industriale, credo che a livello internazionale si conosca poco il valore dei “campioni nazionali” italiani mentre le piccole imprese italiane stentano a trovare un percorso di crescita internazionale attraverso fusioni e acquisizioni mirate. Nonostante ciò, sono molto ottimista sul futuro dell’Italia. Noi siamo qui per comprare altre azioni italiane. E malgrado il Paese presenti ancora evidenti spaccature tra Nord e Sud, gode di uno dei più alti tassi di risparmio nel mondo occidentale.
Con molta probabilità, gli obbligazionisti del debito greco dovranno subire un “haircut” di oltre il 50% sull’investimento iniziale. Dopo un fatto come questo, in che modo Paesi come la Grecia potranno attirare nuovamente gli investimenti esteri?
Storicamente, gli Stati nazionali emettono debito e le banche comprano questo debito. Circa dieci o quindici anni fa, però, un ingegnere finanziario creò i credit default swap. I cosiddetti cds. Dato che nessuno sa esattamente chi sia la controparte di questi asset, si crea un’enorme instabilità a livello globale. È come una grande catena che invece di rafforzarsi si è allungata e indebolita, e il punto debole è chi garantisce tutti questi derivati. Quando questo sarà visibile, potremo guardare come dentro una palla di cristallo nei bilanci delle banche e capire che tipo di esposizione e garanzie sono tenute a offrire. Rispondendo alla seconda parte della domanda - su come riacquistare fiducia sul mercato - colgo l’occasione per ricordare che tanti fallimenti ci sono già stati e purtroppo molti ancora ce ne saranno. Basti pensare all’Argentina nel 2001 o più di recente all’Islanda o al Dubai. È un mondo in evoluzione, ma a un certo punto i soldi ritornano indietro e gli Stati saranno nuovamente capaci di emettere debito a costi che non scontano scenari apocalittici.
Cosa ne pensa della Buffett tax per i super ricchi? La convince questa proposta per migliorare il bilancio pubblico e gli squilibri interni?
Senta, gli Stati Uniti mi hanno permesso nel 1977 di costruire un business globale e una famiglia con tre figli senza l’aiuto di nessuno, tantomeno del Governo. Devo ringraziare solamente il duro lavoro personale. Per questo credo che il modello statunitense non debba essere ridisegnato, ma semplicemente adattato. Il Paese deve inziare a lavorare sulla propria forma “fisica”, partendo proprio dall’alimentazione della sua popolazione di 300 milioni di individui, passando per la scuola, l’educazione e un maggior risparmio privato. Detto questo, io sostengo che il sistema di prelievo fiscale deve essere modificato. Deve diventare più equo e le tasse vanno certamente alzate. Dobbiamo guardare ad altre realtà come Dubai e Hong Kong e adattarci al loro framework fiscale per competere a livello globale. Le tasse sulle aziende sono troppo alte, mentre le tasse sugli individui vanno alzate. Stiamo lavorando su questo. Stiamo tagliando le spese e tornando alla crescita.
E del movimento di protesta “Occupy Wall Street”, lei cosa ne pensa?
Devo ammettere che io stesso ho iniziato un movimento di protesta 45 anni fa a New York. Negli anni Sessanta ricordiamo che molte città statunitensi erano in balia dei disordini sociali. Non c’è nulla di sbagliato nella protesta, anzi, io credo addirittura che sia salutare. Quello che non condivido è il fatto che queste proteste si scaglino contro polizia e vigili del fuoco. Due categorie che sono amate da ogni newyorchese, soprattutto dopo i fatti dell’11 settembre. Quindi vedere giovani che vengono da fuori e attaccano la polizia e i vigili del fuoco della città non piace affatto alla cittadinanza. Resta il fatto che la protesta pacifica è uno strumento eccezionale. Credo che gli Stati Uniti rimangano uno dei pochi Paesi liberali dove i cittadini possono esprimersi in ogni forma.


