Investire
Il periodo d’oro del risparmio gestito rimane quello compreso tra il 1995 e il 1999
Persi oltre 114 miliardi in 5 anni
Dal 2005 al 2009 l’erosione dei fondi comuni ha subito una forte accelerazione
Tra le famiglie italiane e i fondi comuni non c’è un grande feeling. A confermarlo i numeri dell’indagine “I fondi comuni nel portafoglio delle famiglie italiane” condotta dall’ufficio studi di Assogestioni. Secondo la ricerca firmata Alessandro Rota, Luisa Giuliano e Oleg Komarov, la quota delle attività finanziarie dei risparmiatori nostrani investita in fondi comuni è cresciuta a tassi elevati durante il periodo 1995-1999, toccando in quell’anno il massimo storico: 17,7%. Ma dal 2000 in poi è entrata in una fase di prolungato calo che l’ha portata al 5,2% del 2009.
In particolare i dati rivelano una fase espansiva negli ultimi anni Novanta, con l’industria dei fondi comuni che ha registrato in soli quattro anni (1995-1999) flussi pari a 388 miliardi di euro portando la quota di fondi detenuti nel portafoglio delle famiglie italiane dal 3,9% al 18% circa.
Nel corso degli anni successivi, soprattutto a causa della bolla speculativa della new economy, l’interesse mostrato dalle famiglie italiane nei confronti dell’investimento in fondi ha invece subito una forte battuta d’arresto. In particolare, tra il 2000 e il 2004 il flusso complessivo di attività finanziarie delle famiglie italiane ha superato i 650 miliardi di euro, ma di questi solo 16 sono confluiti nei fondi comuni. A questi strumenti gli italiani hanno preferito depositi e liquidità, prodotti assicurativi e obbligazioni.
La situazione non è andata meglio tra il 2005 e il 2009. In quei successivi 5 anni l’erosione del peso dei fondi comuni nei portafogli delle famiglie del Bel Paese ha subito un’ulteriore accelerazione con deflussi per il mondo dei fondi superiori ai 110 miliardi di euro. Il tutto sempre a vantaggio dei depositi (cresciuti di oltre 235 miliardi) e dei titoli obbligazionari, in particolare di quelli emessi dalle banche (+122 miliardi).
E tra i pochi risparmiatori che hanno scelto di investire in fondi comuni emerge chiara, dalla ricerca condotta dall’Ufficio Studi di Assogestioni, la tendenza a ridurre il più possibile il livello di rischio del portafoglio. A settembre 2009, infatti, i prodotti azionari, nel portafoglio delle famiglie italiane che hanno investito in fondi comuni, rappresentavano solo il 15% del totale.
Naturale, per molti, pensare che queste dinamiche e questi trend registrati da Assogestioni siano in realtà una conseguenza delle crisi internazionali che hanno travolto il mondo finanziario: bolla speculativa della new economy prima e fallimento di Lehman Brothers poi. In verità la ricerca dell’associazione rivela che il trend negativo registrato dai fondi comuni nel nostro paese è una peculiarità tutta italiana.
Da un confronto internazionale merge che il pronunciato andamento a parabola della quota delle attività finanziarie delle famiglie investia in fondi costituisce una peculiarità del mercato italiano che non trova riscontro in altri paesi come Francia, Germania, Regno Unito e Usa. Tra il 2000 e il 2008 questi quattro paesi hanno mantenuta praticamente invariata la quota parte delle attività finanziarie delle famiglie investita in fondi comuni: in Francia si aggira intorno all’8%, in Germania al 12%, il Regno Unito al 4% e gli Usa al 13%. Le difficoltà incontrate dal mercato italiano dei fondi comuni? Sono attribuili, secondo la ricerca Assogestioni, soprattutto alle caratteristiche dell’offerta. Il ruolo svolto dalla produzione (performance dei prodotti e ruolo dei costi di gestione e di distribuzione), quello della distribuzione (grado di apertura dell’archittetura, qualità della consulenza, modelli di remunerazione) e quello svolto dalla regolamentazione (su tutti il tema della trasparenza informativa e del regime fiscale), hanno influenzato in maniera forte il trend negativo dei fondi comuni in Italia.


