Investire
Piange il portafoglio italiano dei big internazionali e così facendo crescono solo i dubbi sull’opportunità
Poco dulcis in fondo sovrano
La valorizzazione di Borsa sembra non pagare nonostante il pressing della politica
Sovrano sì o sovrano no? Fermo restando che non è in discussione l'utilità o meno di un rinnovato spirito monarchico in terra italica, cosa piuttosto anacronistica, è invece di sicuro interesse analizzare il crescente peso dato alle dinamiche di investimento dei cosiddetti fondi sovrani (si pensi al clamore, politico e non, dettato dalle recenti vicende libico-bancarie). Ebbene partendo dal principio, per chi non lo sapesse, sono da considerarsi sotto la voce “fondi sovrani” alcuni speciali veicoli di investimento pubblici controllati direttamente dai governi dei relativi paesi, i quali vengono utilizzati per investire in strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, immobili) i surplus fiscali o le riserve di valuta estera. Nella storia recente, dove a regnare è stata la “paura” derivante dalla crisi finanziaria, si è visto ritornare in auge tale figura “d'investitore”, proprio in relazione al fatto che di investitori e di conseguente liquidità, non se ne vedeva l'ombra. Ecco quindi che i fondi sovrani si sono mostrati “magnanimi” nei confronti di big dell'intermediazione finanziaria internazionale come Citigroup, UBS, Merrill Lynch e Barclays; considerando invece il nostro orticello l'apporto di maggiore interesse mediatico è stato senza dubbio quello del governo libico nei confronti del gruppo UniCredit. Se dovessimo limitarci al contributo diretto del fondo sovrano di riferimento, il Lia (Lybian Investment Authority), l'apporto risulta stimabile in un semplice 2,594% (fonte Consob, aggiornamento al 10 gennaio 2010), ma se il nostro sguardo si sposta sul capitale complessivo detenuto da mano araba non si può non considerare la quota della l'International Petroleum Investment, con il 4,991%. Al di là dei numeri che sanno tanto di risiko finanziario, sorge spontanea una domanda dal sapore ben più pragmatico: i fondi sovrani ci vedono lungo? Hanno contribuito alla ripresa societaria oppure si tratta di mera politica dettata dalla necessità unità al diletto diplomatico?
La redazione di SOLDI ha deciso di provare a valutare l'efficacia o meno, a livelli di performance, di un portafoglio tipico di uno stato sovrano, il che tradotto significa cercare di capire se con le società detenute dai medesimi si guadagna o si perde. Abbiamo quindi deciso di analizzare l'andamento del prezzo a un anno di un ipotetico paniere di titoli composto dalle partecipazioni più “in vista” dei fondi sovrani internazionali, pesando logicamente i contributi sulla base della valorizzazione attuale della quota investita.
Ebbene la Lybian Arab Foreign Investment Company ha il 7,5% della Juve (pari a 15.116.500 azioni per 13,6 milioni di euro circa), mentre per Lia e Ipi abbiamo già in precedenza rammentato gli apporti, rispettivamente valorizzati 724 milioni di euro e 1,4 miliardi di euro circa. Il fondo sovrano francese (la Caisse des Dépots et Consignations) ha il 2,014% di Interpump (10,93 milioni di euro) mentre il Canada con la Caise de Depot et Placement du Quebec ha il 5,418% della Reno de Medici Spa ovvero 4,6 milioni di euro. Pertanto, stando al portafoglio “sovrano” costruito da SOLDI, le scelte borsistiche degli stati di riferimento (pari a circa 2,15 miliardi di capitale complessivo investito) risultano poco convincenti nella performance a un anno; il dato pesato mostra infatti un drastico quanto sconfortante -35,3% circa. D'altra parte “l'insuccesso” delle scelte sovrane sembra essere un'abitudine anche in terra asiatica; il China International Corporation (Cic), fondo sovrano cinese ha realizzato ben noti sciagurati e strapagati investimenti realizzati in Blackstone e Morgan Stanley, sui quali Pechino ha accusato per l'appunto perdite non proprio irrilevanti di portafoglio. È proprio il caso di dirlo: tutto il mondo è Paese.


