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Swisscanto si apre anche al retail a partire dai primi mesi del 2012
Lo ha detto a SOLDI Andrea Ferrante, l’uomo a capo del mercato italiano dal settembre del 2010
Con l’ingresso di Swisscanto nella piattaforma All Funds avvenuto circa un mese fa abbiamo voluto fare quattro chiacchiere con Andrea Ferrante, l’uomo che dal settembre 2010 ha il compito di espandere e sviluppare Swisscanto sul mercato italiano. Il gruppo in Italia ha 24 fondi autorizzati, tutti sul mercato istituzionale. La vera novità è che dalla prima metà del 2012, il gruppo elvetico farà il suo ingresso sul mercato retail italiano.
Lei è stato il primo uomo alla guida del mercato italiano per SwissCanto?
Sono arrivato a settembre 2010. Ad aprile del 2011 abbiamo aperto l’ufficio di Milano e subito abbiamo trasformato la società (italiana, ndr) in un branch della nostra controllata lussemburghese, compiendo dei passi importanti che altri non hanno fatto. Ci sono delle realtà come Carmignac che ancora oggi in Italia non hanno un distaccamento ma solo un ufficio di rappresentanza. Noi fin dall’inizio abbiamo voluto far capire che intendevamo entrare nel mondo del risparmio gestito italiano.
E come intende espandersi in Italia Swisscanto?
Noi siamo partiti con un primo piano di business triennale fino al 2013 con un break even previsto per la fine dei tre anni ma se le cose vanno avanti così avverrà entro la metà del 2012. In Italia siamo partiti con il discorso delle classi istituzionali sul multi manager e sulle classi di previdenza piuttoste che sulle assicurazioni. Per quanto riguarda l’wholesale stiamo cominciando a raccogliere ora quello che abbiamo seminato un po’ di tempo fa. Il prossimo step è quello della registrazione delle classi retail. Certamente non andiamo a cercare i numeri alla Fineco o alla Mediolanum. Noi andremo a cercare dei target ben precise tra i promotori. In Italia esistono molte società con pochi promotori ognuno dei quali ha un portafoglio da 20 o 30 milioni. Società dove può essere interssante proporre qualcosa di nuovo. Mentre se vai dalle big, ti viene proposto qualcosa di impacchettato, di uguale agli altri che offrono qualcosa. Noi cerchiamo di presentare sì una buotique ma che abbia qualcosa di diverso dagli altri. Il nostro retail non sarà inteso dunque come distribuzione alla sportello.
Qual è la peculiarità di Swisscanto?
Noi abbiamo 4 miliardi di euro in fondi legati alla sostenibilità, un mondo molto apprezzato nei Paesi di lingua tedesca ma che non è ancora troppo sviluppato in Italia. Una storia che da sempre è stata Pictet-centrica. Noi però, e parlando d’acqua è la parola migliore, abbiamo dei filtri per cui investiamo con dei principi. Non investiamo in prodotti che possono inquinare l’acqua. In Italia la prima domanda che si chiede ad un gestore è qual è la performance del comparto. In Germania o in Svizzera spesso si vuole sapere quali sono i principi selettivi del fondo. La sostenibilità per noi non è uno specchietto per le allodole con finalità commerciali. Noi compriamo i certificati di Co2 per pareggiare quello che i nostri dipendenti consumano in anidride carbonica. Swisscanto spende 160.000 franchi per dare ai dipendenti frutta e verdura biologica. Purtroppo in Italia i social rensponsible investment non hanno molto appeal. In Francia questi prodotti sono molto più graditi. L’anno prossimo sarà un anno difficilissimo, molto più difficile del 2011. Ci sarà un consolidamento del mercato. Molte realtà non ce la fanno, non riescono a coprire i costi. Noi siamo passati ad avere una redditività media che poteva dare un clinete intorno a un punto a circa 0,40. Per assurdo in questo momento chi ha più problemi è chi va bene. Il cliente vende dove è in utile non dove è in perdita.
I dati di Assoreti e Assogestioni sono però pieni di segni meno. Come fa Swisscanto a volersi espandere in Italia, soprattuto a fronte dell’instabilità politica di cui è vittima il nostro Paese?
Noi abbiamo un piano di crescita che non prevede di raccogliere miliardi nei prossimo tre-cinque anni.
Che previsioni avete?
Noi vorremmo essere sui 500 milioni di euro entro il 2013. È un limite importante ma rispetto ad altre realtà più ridotto. Non possiamo aspettarci in un mercato che decresce di arrivare e voler fare grandi numeri. Questo fa parte della mentalità svizzera. Se uno svizzero decide di farlo, passo dopo passo, porta avanti la sua idea. Oggi come oggi l’intenzione degli investitori non è quella di fare soldi. È quella di non perderli. Noi nel 2008, non è bello dirlo, abbiamo avuto successo sulle spalle degli altri. Le nostre banche cantonali hanno avuto successo perché i clienti non si sentivano protetti dai grandi nomi che non avevano una garanzia statale e si sentivano magari più sicura verso una struttura cantonale.
Quando entrerete nel reatil pensate anche di entrare in altre piattafrome come quella di Fineco o di Mediolanum?
Certamente sì. Una volta che si fa il grande passo si entra anche in queste realtà. Il nostro target è quello dell’advisor e del private banking. Per ora pensiamo comqunque alle piccole realtà. Sulle grandi reti arriviamo dopo. Noi vediamo più opportunità in questo piuttosto che andare dai grandi nomi e spingere il nostro fondo. Non abbiamo queste velleità.


