Investire
Agevola le vecchie Gpf e le Sgr italiane. Ma complica ulteriormente il regime fiscale degli strumenti
Una riforma che frena l’industria
L’ultima proposta sul tavolo Assogestioni rischia di essere controproducente
Il presidente di Assogestioni, Domenico Siniscalco, da sempre ritiene opportuno agevolare fiscalmente il risparmio di lungo termine per rilanciare l’industria dei fondi comuni. In un recente intervento sulla stampa italiana l’ex-Ministro del Tesoro ha ribadito l’importanza di salvare il risparmio “perché il flusso sta cominciando a ridursi. E perché oggi, mentre si intravede l’uscita dalla crisi, è il momento di investire, di piantare i semi per il prossimo decennio se si vogliono vincere le sfide del futuro. Bisogna aiutare gli italiani a risparmiare meglio”, magari, ha sottolineato Siniscalco, incentivando gli investimenti “verso il lungo termine”.
E sembra che proprio su questo punto si concentri l’ultima proposta sul tavolo di Assogestioni sul tema riforma fiscale dei fondi comuni di investimento. Una proposta che, secondo alcune fonti vicine all’associazione, potrebbe avere qualche conseguenza negativa per le Sgr estere.
In particolare, l’idea di fondo è quella di favorire l’investimento di lungo periodo incentivando indirettamente strumenti come le “vecchie gpf” che dovrebbero beneficiare, rispetto al singolo fondo comune, di un regime fiscale agevolato (come? È ancora tutto da definire).
Apparentemente nulla di allarmante ma un ritorno alle gpf (e simili) favorirebbe le società italiane che tornerebbero a svolgere un ruolo di primo piano nell’industria creando “scatole di lungo periodo” con all’interno strumenti gestiti dalle Sgr estere, le quali si troverebbero, indirettamente, costrette a passare dalle colleghe italiane per poter raggiungere l’investitore retail rinunciando a (o perlomeno riducendo) quel rapporto diretto che oggi molte società estere hanno grazie ad accordi di distribuzione con le reti di promozione finanziaria.
La riforma allo studio di Assogestioni (e che viste le difficoltà del governo non arriverà presto sul tavolo del ministero dell’economia) non prevede, come qualcuno ha sottolineato nei giorni scorsi, un aumento della tassazione per chi detiene i fondi comuni per un breve periodo di tempo, ma solo l’organizzazione della tassazione su diversi livelli, sulla base della durata dell’investimento.
Una complicazione, per qualcuno, che non farà bene all’industria del risparmio gestito (al di là del domicilio delle Sgr). Ora uno dei vantaggi del regime fiscale nostrano è la semplicità: i fondi italiani sono tassati sul maturato, quelli esteri sul realizzato.
La nascita di un regime che distingue detrazioni e tassazione in base alle caratteristiche, alla durata e (magari) alla classe dell’investimento, creerebbe non poche difficoltà al mondo dei fondi comuni che già oggi non hanno un grande feeling con le famiglie italiane (articolo a pag. 6).
E le Sgr estere, come hanno reagito alla notizia di una tale riforma? Non certo schierandosi in un muro contro muro. Al momento, secondo quanto risulta a SOLDI, c’è stato solo un confronto sul tema riforma fiscale, ma fonti vicine all’associazione assicurano che non è in atto nessuna partita Italia contro resto del mondo. Solo qualche apprensione per il futuro del risparmio gestito.


