Buon compleanno Europa. Ma cosa c'è davvero da festeggiare?
Carlo Benetti, di Swiss & Global Asset Management, si interroga sulla crisi nel giorno del secondo anniversario dell'entrata in vigore del Trattato di Lisbona
Il 1° dicembre 2009 entrò ufficialmente in vigore il Trattato di Lisbona. Oggi, in occasione del secondo compleanno di questo evento, Carlo Benetti, responsabile degli Investitori Istituzionali per Swiss & Global Asset Management, fa il punto della situazione per cercare di capire se, in un contesto come quello che stiamo vivendo, ci sia effettivamente qualcosa da festeggiare. Il Trattato “è stato salutato come una tappa importante verso la riforma istituzionale dell’integrazione, perché dotava l’Unione Europea di un quadro giuridico unitario, indispensabile strumento per affiancare all’integrazione monetaria una maggiore convergenza giuridica, istituzionale, economica”, osserva l’esperto.
“Il Trattato rafforzava il ruolo del Parlamento europeo e quello dei parlamenti nazionali per offrire ai cittadini migliore rappresentanza e strumenti per far sentire la propria voce. Il Trattato contempla anche lo strumento dell’iniziativa popolare, la possibilità cioè di portare alla Commissione Europea una certa proposta se suffragata da almeno un milione di firme raccolte nei diversi Stati.
Il Trattato di Lisbona interviene con ambizione nelle questioni che toccano la nostra vita: ad esempio il fabbisogno energetico, la sensibilità al cambiamento climatico del pianeta, il coordinamento operativo delle strutture di protezione civile dei vari Stati, il coordinamento delle politiche sanitarie, della ricerca e dell’istruzione, dello sport, dell’economia e del commercio. In altre parole un insieme di principi, regole, strumenti che fanno del Trattato di Lisbona una vera e propria pietra miliare, un punto di svolta per l’Europa del nuovo millennio.
E’ doloroso, quasi patetico, ricordare l’anniversario del Trattato mentre l’Unione Monetaria fronteggia la crisi più grave dalla sua nascita e la politica comunitaria sembra muoversi tra le macerie di un dialogo tra sordi, dove in Europa non sembra esserci un solo capo di governo disposto a rischiare la propria leadership su un progetto alto, ambizioso, ciò che Tommaso Padoa Schioppa chiamava la “veduta lunga”. Il vertice a Strasburgo tra Merkel, Sarkozy e l’appena insediato Presidente del Consiglio italiano Monti è stato un fallimento che ha mandato deluse le aspettative dei mercati: le borse hanno continuato la discesa, i differenziali di rendimento hanno conservato le loro tensioni.
La Germania si oppone soprattutto a fare della Banca Centrale Europea un prestatore di ultima istanza, in realtà ruolo proprio di tutte le banche centrali: Stati Uniti e Gran Bretagna hanno finanze pubbliche in un disequilibrio ben maggiore di quello dell’eurozona ma a differenza di questa conservano piena sovranità monetaria. Il Presidente della Commissione Ue, Barroso, esorta sulla necessità di rafforzare l’integrazione tra i 17 Paesi dell’Unione monetaria ma le difficoltà sembrano aumentare di giorno in giorno e nel frattempo il contagio lambisce anche Paesi insospettabili come la Francia …
La Germania non vuole sentire parlare di cooperazione perché teme di dover pagare il conto per tutti, ma le cose potrebbero cambiare in direzione finalmente positiva: se nel vertice previsto il prossimo 9 dicembre i leader europei convenissero su un inasprimento dei controlli sulle politiche fiscali dei singoli Paesi, e trovassero un accordo anche sulla applicazione di sanzioni a quei Paesi che contravvenissero i parametri di politica fiscale, allora la signora Merkel, vera Europae Domina piaccia o meno a Monsieur Sarkozy, potrebbe acconsentire ad un diverso e pieno ruolo della BCE e a comuni iniziative a sostegno del debito (leggi eurobond, comunque confezionati).
Quando venne siglato il Trattato di Lisbona nessuno avrebbe immaginato che i leader europei si sarebbero incontrati non per fare ulteriori passi in avanti ma per scongiurare ciò che solo due anni fa era impensabile e indicibile. Forse non tutti hanno pienamente inteso che non stiamo sperimentando la crisi della Grecia, della Spagna o dell’Italia ma stiamo vivendo una crisi sistemica che mina le fondamenta stesse dell’Unione Monetaria.
E’ in definitiva una crisi tutta politica dato che non è nell’economia che si troveranno gli anticorpi al contagio: l’austerità fiscale che assorbe l’attenzione di tutti costituisce soltanto una pre-condizione che restituisca fiducia ai mercati mostrando volontà virtuose. Ma resta integro in tutta la sua gravità il dovere della politica ad inaugurare iniziative di stimolo al denominatore, ovvero il PIL, e favorire la crescita, bene prezioso di cui il pianeta è al momento “corto””.


