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Un diamante è per sempre: vale pure per le scelte di portafoglio

creato da Gianluca Anghinelli ultima modifica 10/11/2011 11:26

Dal gennaio del 2007 al settembre del 2011, l’Mps Jewels Market Value Index ha guadagnato il 28,4%

Per mettere a segno il colpo del secolo nel mondo dei diamanti, Anglo American ha atteso uno dei giorni più delicati e difficili della finanza globale. La notizia che il colosso minerario londinese capitanato da Cynthia Carroll si era aggiudicato il controllo del 40% della De Beers staccando alla famiglia Oppenheimer un assegno da 5,1 miliardi di dollari è arrivata infatti quando si consumavano le battute finali del G20, sotto la pioggia delle vendite di Btp e di titoli azionari un po’ su tutti i listini, delusi dal meeting. La coincidenza serve a dare ancora maggior risalto al settore dei preziosi, ovvero i beni rifugio per eccellenza, che sotto i cieli della crisi hanno svolto il loro ruolo, pur con qualche ombra. Se si guarda all’andamento dei beni fisici, infatti, i conti tornano: l’Mps Jewels Index - elaborato da Mps sulla base di un paniere composto da oro, argento e pietre preziose - registra un incremento del 160,8% negli ultimi cinque anni, ovvero del 16,5% negli ultimi 12 mesi.

Le aste dei diamanti, in particolare, non hanno registrato finora un aumento dell’invenduto, a differenza di quanto era successo dopo il default di Lehman Brothers nel 2008. La performance dei diamanti, sostenuti dalla forte domanda americana ma anche dai nuovi compratori di Cina e Hong Kong, è stata del 55,2% negli ultimi cinque anni e del 15,2% nell’ultimo anno. Anche per oro e argento le prospettive restano positive, dopo la correzione di prezzo di inizio autunno, che si spiega anche con il rally che, dal 2007 in poi, ha visto l’oro salire del 144%, mentre l’argento si è addirittura rivalutato del 218,2%. Il discorso cambia, ma non di molto, se si mette confronto l’andamento dell’indice di Borsa Ftse Mib con il paniere Mps Jewels Market Value, composto dai titoli delle società che si occupano dei gioielli di lusso. Quindi da Bulgari e Damiani per l’Italia, dall’americana Tiffany, dalla svizzera Richemont e dalle francesi Lvmh, Hermes e Dior.

Il rendimento dell’Mps Jewels Market Value Index nell’intero periodo di osservazione (gennaio 2007 - settembre 2011) è decisamente positivo (+28,4%), superiore agli indici borsistici nazionali considerati, tutti in terreno negativo: lo svizzero Smi (-14,8%), l’americano S&P500 (-20,2%), il Cac40 francese (-44,8%) e, fanalino di coda, l’italiano Ftse Mib (- 63,3%). Nessun altro comparto ha saputo fare meglio in Borsa dei gioielli griffati anche se, negli ultimi mesi, la crisi non ha risparmiato le ammiraglie del settore, vale a dire Lvmh (-20% circa) e Richemont (-23%). Anche il prezzo pagato da Anglo American per il 40% della De Beers, la società che controlla il 40% circa del mercato mondiale dei diamanti, risulta a sconto: circa il 25% in meno del valore, dicono gli analisti.

Ma in questo caso ha giocato il fatto che Anglo American, già in possesso del 45% delle azioni, era in pratica l’unico acquirente possibile per la quota del colosso fondato nel 1888 nientemeno che da Cecil Rhodes, l’esploratore che per conto dell’impero britannico aveva colonizzato la Rhodesia, attuale Zimbabwe, il Botswana (che controlla il 15% di De Beers con un’opzione a salire fino al 20%) e altre terre dell’Africa australe. Le quotazioni di Anglo American (-0,38%) non hanno festeggiato. Ma gli interessi del colosso minerario (107mila dipendenti) spaziano un po’ in tutte le materie prime, a partire da rame e ferro che risentono della frenata della congiuntura. Al contrario, il mercato dei diamanti sembra assai più impermeabile alla crisi, vista la forte domanda distribuita un po’ ovunque. I nuovi compratori della Cina, dell’India, degli Stati Uniti, che costituiscono il 40% del totale, e l’Europa, terra dei grossi dealer concentrati in Inghilterra, Germania e Svizzera e, soprattutto, nei Paesi Bassi.

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Commenta Ugo Bertone | 10 novembre 2011 11:26
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