Banche in odore di aumento
Le turbolenze dei mercati hanno reso indispensabili le operazioni sul capitale degli istituti
Ai primi di luglio, l’indice Stoxx 600 bancario, che raggruppa i titoli delle banche europee quotate, capitalizzava 953 miliardi di euro. Tre mesi dopo, non si arriva a miliardi. In meno di 100 giorni, il sistema del credito del Vecchio Continente ha perduto circa 360 miliardi. Ovvero 4 miliardi per ogni giorno di questa estate rovente, scandita dalla crisi del debito sovrano.
Potrebbe bastare questa considerazione a spiegare perché si torna a parlare con insistenza di aumenti di capitale per il sistema bancario europeo. Sui cieli del credito, infatti, infuria una tempesta perfetta: crollo del valore del “magazzino titoli” costituito da titoli del debito pubblico, i Btp in testa; rischio default o, comunque, taglio “volontario” per il debito della Grecia; deterioramento delle garanzie in mano a fronte di debitori che stentano a far fronte alle proprie obbligazioni.
Senza dimenticare Basilea 3, ovvero l’obbligo di rafforzare il Core Tier 1 per far fronte alle nuove regole e, prima ancora, alle richieste degli investitori, sempre più diffidenti di fronte alle prospettive dell’industria del credito. In cifre, questa situazione si traduce in numeri da fantascienza. Secondo uno studio di Mediobanca Securities, i fattori di rischio - crisi sovrane più Basilea 3 - produrranno un deficit di capitale per 151 miliardi entro il 2012. Per le cinque principali banche italiane ci vogliono, secondo lo stesso studio, almeno 12 miliardi. Non sono certo le stime più allarmanti in circolazione.
Il caso estremo, cioè svalutazione del portafoglio titoli in mano alle banche più perdite legate all’esposizione verso altre banche, può c o m p o r t a r e secondo il Fondo monetario un “gap” di capitale attorno ai 300 miliardi. Né va trascurata un’altra emergenza, ancor più urgente: il deficit di liquidità delle grandi banche. Secondo JP Morgan, le prime 28 banche europee presentano, al proposito, un deficit di liquidità per 493 miliardi. Goldman Sachs calcola che, tra capitale e finanziamenti di lungo termine, le prime 20 banche europee dovranno raccogliere almeno 1.800 miliardi di qui al 2019. Insomma, non c’è da stare allegri.
Né può consolare più di tanto il fatto che, tutto sommato, le banche italiane stiano meglio dei cugini francesi o di buona parte del sistema del credito tedesco. Per tutti, infatti, valgono gli stessi problemi. Le banche hanno bisogno di raccogliere capitali in abbondanza. Ma i mercati non sono in grado di sostenere una forte offerta di titoli. E gli Stati, affamati a loro volta di capitali, possono svolgere un ruolo temporaneo e limitato. Una realtà che vale per tutti i Paesi dell’area Euro, ma ancor di più per l’Italia. A differenza di quel che potrebbe accadere in Francia, nel Bel Paese non si può mettere in cantiere un’operazione del genere.
Le Fondazioni ex bancarie, che hanno reso possibile in primavera la ricapitalizzazione di Intesa, Ubi e Monte Paschi (8 miliardi in tutto) sono stremate: le prime 12 fondazioni stanno subendo una perdita di 10 miliardi sul valore di bilancio delle loro partecipazioni nelle banche da cui avevano tratto origine grazie alla legge Amato-Carli del 1990. Fondazione Cariverona, per esempio, è sotto dell’80% sul valore al quale ha in carico le azioni UniCredit.
La Fondazione Mps perde il 57% sulla sua banca (che rappresenta l’84% delle sue attività) ma ha anche 760 milioni di debiti. Non va meglio alla Compagnia di Sanpaolo: -56% il valore di Borsa su quello di carico per le azioni Intesa Sanpaolo, più 250 milioni di debiti con Jp Morgan. A questo punto, restano tre carte da giocare: un intervento massiccio da parte di Bce e Ue attraverso il fondo “salva Stati”, che sarebbe più proprio definire fondo “salva banche”.
Un intervento temporaneo, come quello effettuato dal Tesoro americano dopo la crisi Lehman, ma che in Europa pone un problema in più: chi vigilerà sull’impiego di questi capitali? Ci saranno più poteri per la Bce? Due: un intervento massiccio di azionisti extra Ue. Facile prevedere che nell’ormai scontato prossimo aumento di UniCredit i fondi di Abu Dhabi avranno un ruolo rilevante. Ma in cambio di cosa? Tre: un piano di M&A che consenta di rimuovere gli elementi più critici del sistema. Anche in Italia le situazioni a rischio non mancano: si vedrà dopo la stagione degli aumenti.
Ma converrà partecipare? A prima vista, le banche trattano davvero a prezzi stracciati: Intesa e UniCredit, per esempio, valgono poco più di un quarto del patrimonio. Nonostante un Core Tier 1, nel caso di Intesa, tra i più alti d’Europa. Ma, di questi tempi, i fondamentali rischiano di contare davvero poco. O comunque molto meno del differenziale tra Btp e Bund, l’unico metro di giudizio per chi presta denaro, con il risultato che la banca di Corrado Passera paga molto di più degli istituti a rischio della Westfalia o della Borgogna.


