Bce, largo al prussiano Draghi
Il governatore uscente di Bankitalia si siede alla guida dell’Eurotower poco prima del prossimo G20
Il debutto avverrà nel segno di un’eredità. Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia uscente, il prossimo primo novembre diventerà il presidente della Banca Centrale Europea: due giorni dopo a Cannes, sotto la presidenza francese di Nicolas Sarkozy, si riunirà il G20 al quale lo stesso Draghi, nella sua qualità di presidente uscente del Financial Stability Board, consegnerà la nuova “tavola delle leggi” per le grandi istituzioni finanziarie denominate “Sifi”, nelle quali rientreranno tutte le big bank internazionali cosiddette “sistemiche” e le nostrane Intesa Sanpaolo e Unicredit.
Con il lascito al Gruppo dei Venti paesi più industrializzati del mondo Draghi, salendo sulla poltrona più alta dell’Eurotower, suggella a tre anni di distanza dal crack di Lehman Brothers un lungo lavoro di riscrittura delle regole della finanza globale che lo ha occupato nell’ex Financial Stability Forum poi diventato “board” per il suo peso internazionale di “ri-regulation”, compito svolto con il supporto del Fondo Monetario Internazionale. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si è speso per la nomina di Draghi sia perché il governatore di Bankitalia ha ottenuto l’appoggio della Francia (che conta il presidente Bce uscente Jean-Claude Trichet) e della Germania (la cancelliera Angela Merkel è rimasta spiazzata dalle dimissioni del board dell’Eurotower di Axel Weber, numero uno della Bundesbank e primo candidato tedesco alla Bce); sia - sopratutto - perché Draghi da una parte era il più autorevole candidato a un eventuale governo “tecnico” del dopo-Berlusconi sia perché il governatore non è mai stato sopportato dal ministro dell’economia Giulio Tremonti.
Mandando Draghi a Francoforte, insomma, Berlusconi e Tremonti, ciascuno per i propri personali interessi hanno pensato di concludere un buon affare nella logica del “promoveatur ut amoveatur” e i corifei della maggioranza hanno subito applaudito all’italiano che arrivava nella cabina di regia dove si decidono le sorti della politica monetaria dell’Eurozona. Quando la nomina di Draghi era cosa fatta a inizio dell’agosto scorso è arrivata la doccia fredda: con una lettera firmata da Trichet, ma che sembra dettata di pugno dal governatore uscente, la Bce in cambio dell’acquisto dei nostri Btp finiti nella tempesta ha di fatto “commissariato” la politica economica di Palazzo Chigi imponendo il varo a tambur battente dell’ultima maximanovra.
Ecco perché Berlusconi & Tremonti corrono il pericolo di aver fatto male i loro conti. Draghi a Francoforte rischia infatti di essere una presenza ancora più ingombrante di quando sedeva a Palazzo Koch a Roma - dove pure si insedia un altro governatore tecnico come Ignazio Visco, poco propenso a fare sconti alla politica - e da lì sollecitava il governo a porre mano a riforme strutturali della spesa pubblica, comprimendo la pressione fiscale, liberalizzando i servizi, varando misure per la crescita economica.
L’”atermico” civil servant, infatti, deve scontare verso la Germania , motore dell’Eurozona e peso massimo della Bce, il peccato d’origine di essere italiano. Espressione cioè di un paese che non ha mai fatto del rigore di bilancio la propria ragion d’essere, siede sul debito nazionale più elevato dell’Eurozona e oltretutto mostra tassi di crescita tendenti allo zero.
Tutte cose che ai tedeschi, ma anche ai francesi, non piacciono. Così come tedeschi - e francesi - ritengono che l’acquisto di titoli di stato italiani o spagnoli da parte della Bce sia una misura giocoforza temporanea per dar modo ai governi nazionali di varare piani di raddrizzamento dei conti pubblici “lacrime e sangue”. La pensa esattamente così anche il governatore uscente quando ha ammonito di non considerare automatici gli aiuti della banca centrale.
E così Draghi rischia di trasformarsi da scomodo inquilino levato di mezzo nel problema numero uno per Berlusconi & Tremonti proprio perché - c’è da scommetterlo - sarà un presidente della Bce più tedesco dei tedeschi: sarà un presidente prussiano. Un custode fedele della mission dell’Eurotower che è legata (contrariamente alla Federal Reserve più attenta alla crescita economica) alla tutela del potere d’acquisto e alla lotta all’inflazione, ma cane da guardia di derive lassiste dei governi dell’Eurozona sul fronte della spesa pubblica.
Il sofferto varo del fondo di stabilità europeo (Efsf) non può e non potrà infatti risolvere tutti i problemi legati al gigantesco debito contratto dagli stati nazionali e questo anche se Draghi agisse sulla leva monetaria inaugurando la sua stagione ai vertici dell’Eurotower con una limatura all’ingiù dei tassi d’interesse.
Trichet, in uno dei suoi ultimi interventi pienamente condiviso da Draghi, ha detto infatti che quella in atto è una “crisi sistemica” per superare la quale non possono bastare gli interventi dei banchieri centrali, ma servono azioni rapide da parte dei governi, a cominciare dalla ricapitalizzazione delle banche e ala risoluzione del caso Grecia. Il prussiano Draghi, che sarà custode geloso dell’autonomia della Bce dalla politica come lo è stato per quello di Bankitalia, sta per insediarsi a Francoforte: dal grattacielo dell’Eurotower sarà uno sceriffo dell’Italia - o il suo commissario - molto più severo. E molto più potente di quando sedeva a Palazzo Koch: Palazzo Chigi è avvisato. Anche perché Visco non farà sconti.


