Bondi, guerra ad armi spuntate
Lactalis spera in un’adesione limitata all’Opa lanciata su Parmalat, di cui detiene già il controllo con il 28%
Strano destino, quello dell’Opa su Parmalat: non piace a nessuno, a giudicare dalle dichiarazioni dei contendenti. Eppure, è facile che l’operazione arrivi al traguardo, il prossimo 8 luglio, con un pieno successo. Anche perché, salvo colpi di scena che non merita metter nel conto, l’adesione all’offerta, frutto di un diktat del ministro Giulio Tremonti, sembra la soluzione migliore per i risparmiatori. Al contrario, non è un mistero che Lactalis, il compratore che arriva dalla Normandia, “tifa” perché le adesioni alla sua offerta “volontaria” a 2,6 euro per azione arrivino in modica quantità. Se tutti accettassero la proposta, infatti, la società regina dei formaggi di Francia sarebbe obbligata a staccare un assegno da 3,375 miliardi per salire nel capitale di una società, la Parmalat, di cui ha già il controllo. Un prezzo salato, che farebbe schizzare l’indebitamento del gruppo Lactalis a 7,1 miliardi, ovvero a oltre 4 volte il margine operativo lordo: un bel fardello anche per Emmanuel Besnier, a capo di quello che, Parmalat compresa, sarà il terzo gruppo mondiale di latte e formaggi. Non resta che sperare che gli azionisti giudichino “avara” l’offerta, come suggerito da Enrico Bondi. Il risanatore della vecchia Parmalat, infatti, ha voluto fare l’ultimo sgarbo all’invasore che da tre anni (i primi acquisti risalgono al 7 ottobre 2008, in piena crisi finanziaria) fa la posta alla cassa di Collecchio. L’offerta, recita la nota del Cda, non riconosce il vero valore di Parmalat. Non solo. Non si può accettare che Lactalis offra ai soci meno di quel che ha riconosciuto lo scorso marzo ai fondi Skagen, Zenit e McKenzie:, cioè 2,8 euro. Su questa linea Bondi ha strappato il voto unanime del consiglio, compresa l’adesione di quei consiglieri, vedi l’ad di Luxottica Andrea Guerra, che non era disponibile ad alzare le barricate contro Lactalis. Ma non ha potuto lanciare, come probabilmente avrebbe voluto, l’appello all’assemblea per erigere le barricate a difesa dell’indipendenza della società. Insomma, quel no ha più l’aria di un atto dovuto che di una mossa bellicosa. Anche perché le armi di Bondi sembrano spuntate. Anche se Goldman Sachs, l’advisor finanziario che ha svolto l’analisi sul valore di Parmalat utilizzato per motivare il gran rifiuto, si è spinto assai in là: l’azienda di Collecchio, seguendo il metodo dei multipli di analoghe operazioni selezionate può valere addirittura fino a 3,17 euro. A questo punto la banca Usa che lo scorso autunno aveva in carico quasi il 5 per cento di Parmalat, dovrebbe spiegare perché a suo tempo ha ceduto la partecipazione a un prezzo medio di 1,9 euro. Insomma, in finanza il cliente, in questo caso Bondi, ha sempre ragione. Principio che vale anche per i francesi. Equita Sim, scelta da Lactalis per raccogliere le azioni presentate all’Opa, prima di aggiudicarsi questo incarico aveva giudicato “giusto” il prezzo di 2,8 euro. Ma l’imbarazzo, si sa, in finanza dura poco. Più importante, semmai, è riassumere quel che potrà accadere di qui all’8 luglio, data di chiusura dell’Opa. E, più ancora, come sarà la Parmalat dopo la probabile scalata di Lactalis. Il dato chiave dell’Opa francese sta nel suo carattere “volontario”. Lactalis, in sostanza, ha offerto il prezzo che ha ritenuto “congruo”, riconoscendo agli azionisti un premio del 13 per cento sull’ultima quotazione prima dell’offerta e del 21 sulla media dei prezzi degli ultimi 12 mesi. Non si è tenuto conto dell’acquisto della quota dei fondi stranieri a 2,8 euro, quella che ha consentito ai francesi di arrivare al 28 per cento abbondante del capitale, perché avvenuta fuori mercato. Non solo. Lactalis ha posto come condizione, il raggiungimento del 55 per cento del capitale. Sotto quella soglia la società potrebbe rinunciare a ritirare le azioni, rispolverano il piano iniziale: controllare Parmalat con il 28 per cento del capitale, percentuale che consentirebbe comunque di eleggere 11 consiglieri su 15. A quel punto il consiglio potrebbe comunque deliberare l’acquisto delle attività nel latte di Lactalis in Francia e Spagna, utilizzando il “tesoro”, 1,4 miliardi circa, che si trova nella cassa di Collecchio. Ma l’opzione A presenta alcuni inconvenienti: Primo fra tutti, dopo aver rinunciato all’Opa, Lactalis non potrà rilevare più del 5 per cento di Parmalat all’anno. Una bella seccatura, perché per deliberare la fusione tra la stessa Parmalat e Lactalis Italia, la società che controlla Galbani, Cademartori e Locatelli che a fine 2010 aveva un fardello di 805 milioni di debito, occorre avere il voto dei due terzi del capitale presente in assemblea. Una quota che giustifica l’obiettivo della raccolta del 55 per cento, che comporterebbe un debito pari a 2,6 volte il mol, più che tollerabile. Di sicuro, la famiglia Besnier non ha mai preso in considerazione l’idea di ritoccare l’offerta a 2,8 euro, come chiesto da Bondi. A quel valore, infatti, il prezzo dell’Opa sarebbe schizzato a quota 3,635 miliardi, con l’effetto di far salire il rapporto debiti/ mol a 4,3 volte. Ovvero oltre il livello dei covenant fissati con le quattro banche transalpine (prime fra tutti il Crédit Agricole) che finanziano l’operazione.
L'articolo completo lo puoi trovare su Soldi,
in edicola in questi giorni



