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Conti senza infamia e senza lode

creato da Gianluca Anghinelli ultima modifica 24/10/2011 11:40

Parla Riccardo Alaimo di Norvega sgr: il contesto non sembra ancora idoneo alla ripresa delle ipo

“Il ciclo rialzista è in una fase di maturazione, quindi non mi stupirei di vedere una quantità di società che mancano le attese. Anche perché le stime di consensus sugli utili sono piuttosto ottimistiche, a doppia cifra. Tuttavia, il mercato potrebbe reagire in modo emotivo, negativamente”. La sintesi è di Riccardo Alaimo, gestore di Norvega sgr, che passa in rassegna con SOLDI le trimestrali che verranno.

Dunque, lei prevede che i numeri deluderanno gli investitori.  Faccia qualche nome.

In Italia una bella realtà come, per esempio, Diasorin, tra le prime a pubblicare, ha appena deluso con una revisione al ribasso delle stime sui ricavi 2011, dal 15 all’11%. Delusioni a livello europeo stanno arrivando anche da Philips, che ha visto scendere nel terzo trimestre gli utili a 74 milioni contro i 524 dello stesso periodo dell’anno scorso e ha deciso di tagliare 4.500 posti di lavoro. Credo che non vedremo risultati estremamente deludenti.Ma difficilmente riusciranno a battere le attese.

Quali settori o titoli si distingueranno in positivo e in negativo?

Riterrei opportuno mantenere ancora un’impostazione lievemente prudenziale, pronti a un’eventuale rotazione settoriale più difensiva nel caso in cui il quadro dovesse deteriorarsi ulteriormente. Tuttavia, un’impostazione molto difensiva potrebbe risultare eccessivamente penalizzante in caso di sostenuti rimbalzi provocati da interventi di governi e banche centrali. A livello settoriale, sovrappeserei healthcare, media e tecnologici. Continuerei a fare molta attenzione alla qualità dei fondamentali e alle prospettive di crescita, legate in particolare all’esposizione ai mercati emergenti, cercando di evitare le value trap che in momenti di alta volatilità posso indurre in tentazione.

Piazza Affari, come tutte le Borse mondiali, è stata caratterizzata da forte volatilità e da perdite consistenti, determinate certo dalla situazione economica globale. Come pensa che andrà il quarto trimestre?

Dopo un inizio anno con il mercato impostato molto positivamente e alla ricerca di beta, con le banche che a febbraio erano già salite del 20%, con il concretizzarsi del contagio sui debiti sovrani dell’area Euro e il deterioramento del quadro macro economico il mercato sembra aver iniziato a incorporare uno scenario recessivo. Tuttavia, sembra ancor più probabile uno scenario di stagnazione economica, che potrà portare a forti movimenti in un trading range piuttosto ampio sulla base dei vari interventi esterni che si succederanno per cercare di stimolare un’economia reale stagnante.

Una critica recentemente mossa alle nostre società è che distribuis cono più ricchezza attra - verso idivi - dendi di quanta se ne raccolga con la Borsa. Come commenta?

Come messo ben in evidenza dalla Consob, dal 2001 a oggi il numero delle società quotate domestiche è rimasto sostanzialmente invariato, appena sotto le 300 unità, e il peso della capitalizzazione sul Pil si è quasi dimezzato, dal 47 al 27 per cento circa, portando il divario rispetto alle altre principali economie europee ad ampliarsi invece che restringersi: Francia, Germania e Regno Unito avevano a fine 2010 rapporti capitalizzazione/Pil pari rispettivamente al 90, 50 e 157%.

Un dividend yield troppo elevato può essere sintomo di società in difficoltà o con un potenziale di crescita limitato. Va però considerato che il nostro è un listino dove il peso di settori come utility ed energia è veramente molto elevato. Eni ed Enel da sole pesano per oltre il 28% dell’indice. Quindi è piuttosto normale che il dividend yield dell’indice risulti molto consistente. Per società come Eni, Enel, Snam Rete Gas, Terna, Atlantia in realtà i dividendi rappresentano un buon indicatore di disciplina di capitale, di un buono stato di salute e di solidità del business.

Dopo la fusione con Lse, Piazza Affari si è arricchita del segmento Aim, mutuato dal modello inglese. Sarebbe dovuto essere un raccoglitore di ipo delle nostre pmi, e invece finora se ne contano meno di venti. Qual è il problema?

La parte migliore del tessuto produttivo del nostro Paese è sostanzialmente costituita da ottime realtà artigianali che hanno dato vita negli anni a distretti industriali capaci di competere ed eccellere nel panorama mondiale. Con un sistema produttivo così frammentato, tuttavia, difficilmente si riescono a trovare realtà che abbiano dimensioni tali da poter affrontare i costi fissi legati alla quotazione. Inoltre, la struttura tipica dell’azienda italiana è di origine familiare e quasi per definizione autorefenziale e molto poco propensa all’ingresso negli assetti proprietari di entità esterne.

Purtroppo, però, un sistema siffatto può non riuscire a raccogliere capitale di rischio da destinare a investimenti per lo sviluppo e rimane bancocentrico in un contesto dove il sistema bancario sarà costretto ad abbassare il ricorso della leva finanziaria in modo strutturale, lasciando irrisolto quello che può essere considerato il maggiore problema delle piccole e medie imprese: lo squilibrio tra il capitale proprio e il capitale di credito, la sottocapitalizzazione.

A proposito di ipo, il mercato è fermo più o meno dai tempi dell’esplosione della crisi dei subprime. Quando una ripresa?

Quest’anno uno dei rari casi di ipo riuscita pienamente in Italia è stata Ferragamo, ma sono stati tanti - troppi - i casi di società che hanno valutato le condizioni di mercato non favorevoli: emblematico Moncler, ma anche Rhiag e Philogen. C’è stato poi chi, come Prada, ha optato per Hong Kong, e ciò merita sicuramente una profonda riflessione. Il contesto non sembra ancora idoneo per la ripresa delle ipo, vista la scarsa visibilità sulla crescita non solo nazionale ma globale.

In un sistema imprenditoriale a forte impronta familiare, una possibilità di stimolo a un nuovo flusso di ipo potrebbe arrivare dal ricambio generazionale. Infine, un tema che potrebbe presentarsi in un futuro non troppo lontano potrebbe essere quello delle privatizzazioni delle società pubbliche: il modo più veloce e remunerativo per la privatizzazione di società pubbliche, senza che lo Stato perda necessariamente il controllo dell’azienda, potrebbe essere proprio quello della quotazione.

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Commenta Dafne Ippoliti | 24 ottobre 2011 11:40
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