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È partito il valzer delle poltrone

creato da grafici ultima modifica 06/06/2011 09:34

Tremano le ambizioni di Geronzi e Grilli. Rischiano Rotelli, Palenzona e Scaroni. E Profumo…

Cesare Geronzi farebbe bene a tenersi stretta l’unica poltrona che gli è rimasta, quella di presidente della Fondazione Generali. E Vittorio Grilli meglio rinunci fin d’ora al sogno, coltivato grazie allo sponsor ministro dell’economia Giulio Tremonti, di sedersi sullo scranno di governatore della Banca d’Italia del dopo Mario Draghi. Le consultazioni elettorali amministrative hanno innescato uno tsunami politico le cui conseguenze sono ancora tutte da decifrare, ma già fin d’ora si possono individuare i perdenti e i vincenti del voto che ha segnato una larga e non scontata vittoria della sinistra sul Pdl, sulla Lega e in definitiva ha sancito una secca bocciatura popolare del governo di Silvio Berlusconi. Si diceva di Geronzi: il 4 aprile scorso il potente “power broker”, sodale del Cavaliere di Arcore che grazie a lui entrò nel patto di sindacato di Mediobanca, veniva licenziato dalla presidenza delle Assicurazioni Generali grazie al combinato disposto della Mediobanca di Alberto Nagel e Renato Pagliaro col beneplacito di alcuni grandi azionisti privati. Tutti si sono chiesti quanto tempo ci avrebbe messo Geronzi a riprendersi e qualche incauto commentatore aveva persino adombrato un suo ingresso nel governo al posto di Tremonti. Niente di tutto questo: il 76enne “Penna Bianca” riceve con l’esito elettorale un colpo probabilmente definitivo alle sue ultime ambizioni di potere e fa comprendere in tutta la sua portata come la fine del geronzismo vada di pari passo col tramonto del berlusconismo. Nagel e Pagliaro saranno più forti di prima anche in vista dell’imminente scadenza del patto di sindacato di Mediobanca e chi ha tramato con Geronzi - come ad esempio il francese Vincent Bolloré - può passare all’incasso e togliere il disturbo da Piazzetta Cuccia. Anche l’assetto di Rcs prossima a una grande semplificazione societaria, esce rafforzato dall’esito della consultazione, con in testa il presidente Piergaetano Marchetti, sorretto da azionisti come Mediobanca, i Pesenti e Diego Della Valle. Una brutta botta alle sue ambizioni in Rcs la prende invece Giuseppe Rotelli che col suo 12% circa è tuttora fuori dal patto ed è destinato a restarci, visti i suoi ben noti legami col presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, anch’egli distintosi al ribasso nella tornata milanese che ha punito Letizia Moratti, con tanto di accuse di scarso impegno da parte dell’elettorato di Comunione e Liberazione di cui fa partire il “celeste” governatore. Se un berlusconiano della prima ora come Salvatore Ligresti ha fatto appena in tempo, prima dello tsunami, a mettersi sotto l’ombrello protettivo di Unicredit che ha di fatto commissariato il suo gruppo, non così si può dire di un banchiere che ha tessuto le lodi della Lega dopo essere stato tenacemente prodiano. Parliamo di Massimo Ponzellini, presidente della Bpm nel mirino dei sindacati e che ambisce alla presidenza della Cassa Depositi e Prestiti sempre grazie a Tremonti. Ma neanche il superministro se la passerà tanto bene nel post-voto, vuoi perché il suo grande sponsor politico, Umberto Bossi, è uscito con le ossa rotte vuoi perché nel Pdl molti sognano di fare del commercialista di Sondrio - e del suo rigore nella politica di bilancio - il capro espiatorio del fallimento elettorale dell’esecutivo. Si spiega così perché il potente ministro dell’economia sarà un po’ meno potente e comunque non così tanto da imporre alla guida della Banca d’Italia un esterno come il direttore generale del suo dicastero (Grilli) in presenza di autorevoli candidati interni alla tecnostruttura di eccellenza dell’istituto centrale, a cominciare dal direttore generale Fabrizio Saccomanni. L’indebolimento di Tremonti significherà anche qualche gatta da pelare in più per Giuseppe Mussari, che ci ha preso gusto a fare il presidente del’Abi più di presiedere il Monte dei Paschi di Siena. Ma il ministro dell’economia nel mirino può preludere anche a qualche difficoltà per Corrado Passera, che dopo le nozze sognava per sé un futuro politico, ma al quale molti a sinistra rimproverano di essere stato con Intesa Sanpaolo il “banchiere del sistema” dove sistema significava anzitutto il governo del Cavaliere di Arcore, a cominciare dalla vicenda Alitalia per giungere fino a Parmalat. Mentre fra i manager pubblici chi rischia di più è Paolo Scaroni, riconfermato a.d. dell’Eni, che sconta la vicinanza strategica a Berlusconi nella costruzione dell’asse energetico con la Russia e ad alcune figure tuttora in guai giudiziari. Nel mondo delle imprese il voto favorisce Gianfelice Rocca nella lunga corsa alla presidenza di Confindustria e indebolisce quella del berlusconiano Giorgio Squinzi. E mentre la Fiat di John Elkann e Sergio Marchionne può quasi infischiarsene del terremoto politico e persino di Piero Fassino sindaco di Torino, considerato che ormai il big del Lingotto è ancora italiano per una parte irrisoria, salgono le quotazioni dell’ex numero uno del gruppo Luca Cordero di Montezemolo tenace oppositore di Tremonti e icona centrista del dopo-Berlusconi. Tra i grandi vincenti - o comunque non perdenti - anche Francesco Gaetano Caltagirone e i Benetton, che non si sono schierati. Oltre ad Alessandro Profumo, indicato come uno dei possibili candidati nella squadra di Giuliano Pisapia. Veder tornare “Mister Arrogance” all’ombra della Madonnina, magari per gestire la superholding delle ricche partecipate di Palazzo Marino, significherebbe davvero che il vento è cambiato.

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Commenta Andrea Giacobino | 06 giugno 2011 09:00
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