Hedge, un’élite molto aggressiva
Speculativi, democratici o all’avanguardia? Tra le pieghe di un comparto molto discusso
Ma gli hedge fund, almeno loro, stanno approfittando della volatilità dei listini? O, per dirla in altri termini, solo loro i biechi speculatori che traggono vantaggio dalle disgrazie del “Bot people” o degli investitori in azioni? Ovvero, val la pena di bussare alla porta di qualche mago stregone della finanza per approfittare del trambusto generale? È facile rispondere all’ultima domanda.
Per essere ammessi in un hedge degno di questo nome ci vogliono cinque milioni di dollari almeno. Certo, sul mercato non manca la possibilità di comprare prodotti che, a loro volta, investono in fondi o fondi dei fondi piuttosto che in iniziative ancor più sofisticate e sintetiche. Ma gli hedge, per loro natura, non sono una forma di investimento “democratico”. Anche perché dispone di grosse cifre. Lo conferma una recente indagine condotta sul rendimento assicurato ai fondi pensione americani e canadesi dai gestori hedge: dal 2000 al 2008, il rendimento medio annuo è stato dell’1,9 per cento.
Meglio della media dello Standard &Poor’s 500 che nello stesso arco di tempo ha perso il 3,2% ma assai meno della resa media del sistema dei fondi secondo la Hedge fund Research che attribuisce al sistema un rendimento medio del 5 per cento. Insomma, a giudicare dalle cifre nemmeno gli hedge fanno i miracoli: ad agosto la media del settore chiude in rosso dell’1,47 per cento. E tanto meno li fanno per i clienti.
Eppure non c’è occasione in cui gli hedge non sono tirati in ballo come l’avanguardia speculativa o comunque più aggressiva. È stato così tra giugno e luglio, in occasione delle prime vendite allo scoperto sui Btp. Ma, forse, in questi casi i gestori sono più che altro un comodo alibi. Negli stessi giorni, infatti, Deutsche Bank liquidava il suo portafoglio in titoli di Stato italiani. E che dire del brusco calo dei titoli di Société Générale? Sono gli hedge che vendono? Forse, ma di sicuro Siemens ha ritirato 500 milioni depositati presso la banca parigina. Almeno in qualche caso, dunque, si fa ricorso all’alibi degli hedge per giustificare il comportamento di operatori di ben altra grandezza.
Ma la fama è, comunque, senz’altro giustificata dal fiuto dei gestori. Prendiamo il caso dell’oro. Sono stati gli hedge, capitanati dal mitico John Paulson (3 miliardi dollari di profitto per aver previsto in tempo il crollo dei mutui subprime), ad aver pilotato il rialzo dell’oro a 1.850 dollari l’oncia. Poi, proprio quando si moltiplicavano analisi ed interviste dove si dava per certo lo sfondamento di quota 2000, ecco la brusca discesa sotto quota 1.600.
Ancora una volta, ad aver fiutato il vento per primi sono stati i gestori. Per scelta, ma anche per necessità. Anzi, una doppia necessità. Innanzitutto, le banche stanno sollecitando un po’ ovunque nuove garanzie anche agli hedge per far fronte ad eventuali brutte sorprese, tutt’altro che da escludere in un momento come l’attuale. Di qui la necessità di far cassa liquidando gli investimenti che hanno un margine positivo, come l’oro (ancora sopra del 22 per cento rispetto alle quotazioni di gennaio). Ma c’ è una seconda ragione, che sta condizionando l’evoluzione del settore. A partire dal prossimo mese di marzo gli hedge fund dovranno uniformarsi alle regole previste dalla legge Dodd-Frank.
Ovvero iscriversi presso un apposito elenco della Fed e render pubbliche alcune notizie finora rigorosamente top secret: la composizione del portafoglio, l’elenco degli azionisti, i prodotti impiegati per determinate strategie. Il tutto, tra l’altro, per eliminare il rischio di conflitti di interesse. È una riforma maturata dopo la grande crisi che mira a gettare un faro di luce sulla finanza ombra, ovvero quell’intreccio non sempre limpido tra banche, hedge ed altri protagonisti della finanza (non escluse le agenzie di rating) che ha avuto un ruolo perverso nella grande crisi.
Ma è una riforma costosa che, a detta di qualcuno, finirà con il compromettere la flessibilità d’azione degli hedge. Di sicuro, pur di non rispondere alla Sec, sono usciti di scena alcuni dei miti della grande stagione della finanza alternativa. Ha fatto scalpore la notizia che Goldman Sachs ha deciso di ammainare dall’anno prossimo la bandiera di Alpha fund, il suo fondo più prestigioso, la macchina da guerra che ha prodotto profitti favolosi con le sue strategie guidate via computer.
Ma, soprattutto, chiude i battenti il Quantum fund di George Soros, la cui leggenda spiccò il volo nel 1992 grazie a 1,5 mliardi di sterline guadagnate a danno della sterlina e della lira al momento della speculazione. Soros ha deciso di liquidare i clienti restituendo un miliardo, pur di non rispondere alle regole della Sec.
Poco male: continuerà ad operare in proprio, con il patrimonio di casa. Le cronache, non smentite, narrano che l’attacco all’euro, sull’onda delle difficoltà della Grecia, ha preso consistenza nell’estate del 2010 dopo una cena tra Paulson, Soros e pochi altri eletti. Se il vento si girerà, statene certi, loro lo sapranno un minuto prima dei governi. E sarà, al solito, un minuto d’oro.


