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Titoli che battono le obbligazioni

creato da Gianluca Anghinelli ultima modifica 13/10/2011 11:06

Vince il pharma: in 15 anni Sanofi ha reso il 183%. Bene anche la galassia Fininvest

Il consiglio farà storcere il naso agli analisti più sofisticati o, più ancora, ai maghi che, a suon di algoritmi e di program trading, hanno cavalcato con qualche successo e molte delusioni il terremoto delle Borse. Ma, nel bel mezzo della tempesta, la strategia più saggia per approfittare delle “macerie” dei listini è probabilmente la più semplice: cercare quei titoli che rendono e, soprattutto, hanno i numeri per rendere di più in futuro. Il che, in un linguaggio un po’ più tecnico, equivale a privilegiare un portafoglio azionario rispetto alla “carta” in arrivo dal debito sovrano o troppo avaro di rendimento (nel caso dei Bund o dei Bond Usa) o troppo in balia delle turbolenze (vedi Bonos e Btp).

Ma vuole dire anche scegliere i titoli con un dividend/ yield, più sostanzioso, verificare le capacità delle società di generare cassa, ovvero la sostenibilità dei dividendi nel tempo, diffidare delle aziende con un alto indebitamento e, non ultimo, verificare il rapporto prezzo/utili, per evitare di pagare un costo difficilmente sostenibile. Il tutto senza dimenticare che, per orientarsi nei listini dopo la frana di questi mesi, non occorre confidare solo nella scienza dei numeri: i massicci ribassi hanno aumentato a dismisura il numero delle azioni all’apparenza a sconto, ma che in realtà già incorporano la previsione di un andamento più lento dell’economia, che si rifletterà sui prezzi.

Meglio diffidare, per esempio, delle sirene in arrivo dal settore bancario: oggi, in media, il rapporto tra patrimonio netto e prezzo è pari a 0,3 volte per le banche, mentre per le 27 società industriali del Ftse Mib è di 1,06 volte. Ma sul credito, si sa, si agitano nubi nere, che promettono tempesta. Meglio aspettare tempi migliori o almeno più chiarezza sulle caratteristiche dei piani di intervento pubblici in cantiere in Europa.

Effetto tlc

Non mancano, del resto, occasione di buona pesca per chi vuole tutelare il patrimonio. Prendiamo, per esempio, un settore che non è di moda in questo periodo: le telecomunicazioni. A livello europeo, pur in presenza di margini compressi causa la concorrenza e il pressing delle autorità regolatorie, è in grado di generare cash flow elevati e di distribuire buoni dividendi. Consideriamo il caso di Telecom Italia: il rendimento del titolo ordinario è pari al 6,74% ma sale addirittura al 9,37% per le risparmio. Il tutto per un rapporto tra prezzi e utili inferiore alle sei volte, ben al di sotto della media storica.

Eppure questi numeri non hanno evitato alla società guidata da Franco Bernabé la retrocessione del rating da parte di Standard & Poor’s da A-3 ad A-2. Il motivo? Più che la congiuntura negativa del Paese e il costo dell’acquisto dello spettro wireless, pesa il livello dei debiti. Secondo gli analisti americani, il rapporto tra debiti ed ebitda non scenderà dall’attuale livello di 3,3 volte nei prossimi due anni. Assai meglio perciò puntare su France Telecom: un dividend yield del 10%, a fronte di una politica della cedola che ha sempre visto negli ultimi anni l’aumento dell’utile distribuito, da 1 a 1,40 euro.

La pillola del pharma

Altro settore da tener nella massima considerazione data la capacità di generare valore nel tempo. Non a caso titoli come Roche o Novartis vantano performance a lungo termine a prova di terremoto: dal 1996 a oggi il rendimento di Roche è pari al 104%, quello di Novartis all’87% circa. Meglio ancora ha fatto Sanofi (+183%), che tratta a poco più di volte gli utili con un dividend yield del 5%. In questo caso l’azionista può confidare su obiettivi molto ambiziosi, che prevedono una crescita annua, senza acquisizioni, del 5% e su un piano economico da due miliardi di dollari basato sul miglioramento continuo dei margini.

Utilities e petrolio

Con un dividend yield del 7% e un price earning di 9 volte, Eni è senz’altro uno dei titoli che non possono mancare in un portafoglio prudente, affamato di solidità. Lo stesso vale per Enel (cedola dell’8%) o per Atlantia: la capofila dell’impero autostradale di casa Benetton vanta un dividendo di un punto percentuale superiore ai Btp (6,38%) assieme a un piano di espansione internazionale che promette di dare soddisfazione.

Da non trascurare le due società a prova di volatilità: Snam Rete Gas e Terna. Si tratta di società che pagano un dividendo di rilievo (rispettivamente 6,76% e 7,39%) ma che grazie alle caratteristiche del loro business, sottoposto al rigido controllo delle autorità regolatorie, possono vantare una grande visibilità sul futuro. Non a caso le loro quotazioni si ritrovano su livelli simili al gennaio 2010. Sarà una prospettiva poco sexy, ma alzi la mano chi ha saputo far di meglio: 4 punti abbondanti oltre l’inflazione lungo il tunnel della crisi più grave dell’economia occidentale non sono da buttar via.

Made in Italy al 6% e oltre

La discesa dei listini ha provocato, di riflesso, un aumento percentuale dei dividendi sul prezzo di quotazione. Non sono poche le navicelle del made in Italy che, dopo la frana delle quotazioni da luglio in poi, si ritrovano cedole ben superiori al Btp a dieci anni. Tra questi, per citarne qualcuna, Geox (6,40%), Igd (6,69%), Ima (6,72%), Sabaf (6,66%), Zignago (6,48%) e Sogefi (6,25%).

Con l’eccezione di Igd, che può contare sul portafoglio degli affitti della grande distribuzione delle Coop (a prova di austerity), si tratta di multinazionali che dipendono solo marginalmente dall’evoluzione della congiuntura italiana. Per questo motivo, una diversificazione in quella direzione potrebbe abbinare valore difensivo e possibilità di crescita. Ma attenzione: nulla garantisce che la congiuntura internazionale non costringa queste società a diminuire il payout ratio, cioè la quota destinata ai soci. Per questo sarà importante, prima di decidere, seguire la presentazione dei conti del terzo trimestre. Comincia Sogefi lunedì 18 ottobre.

Dossier Berlusconi

Può apparire fuori luogo, in un articolo dedicato agli investimenti sicuri, dedicare l’ultima parte a un tema a così alta volatilità. Ma è un fatto che le vicende borsistiche della scuderia Fininvest, su cui pesa la parabola politica e giudiziaria del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, hanno trasformato Mondadori (dividend yield al 10,53%) e soprattutto Mediaset (addirittura il 14,2%, roba da obbligazione high yield) nei titoli che presentano la cedola più alta di Piazza Affari. Certo, la volatilità in questo caso è molto elevata. L’altra faccia della medaglia è che l’azionista di controllo, la holding familiare Fininvest, non può permettersi il lusso di ridursi i dividendi, soprattutto in vista dell’esborso a favore di Cir previsto dal lodo Mondadori.

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Commenta Ugo Bertone | 13 ottobre 2011 11:06
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