Le small cap partono alla riscossa
Tra le più grandi, Telecom Italia taglierà il dividendo. E Fiat retribuirà solo le risparmio e le privilegio
Mister Mike Makepeace in persona, ceo del Ftse ovvero degli indici che fanno capo al London Stock Exchange, è sceso a Milano per presentare l’ultima creatura dedicata a Borsa italiana, controllata al 100% dal listino inglese. Si tratta dello Short leverage index, ovvero un paniere modellato sull’indice delle blue chip italiane, che consente di puntare al ribasso, nel corso della seduta, con un effetto leva da 2 a 3 volte. Anche così il marketing finanziario tenta di sfruttare il clima di paura che si è diffuso sui mercati finanziari e che in Italia, frontiera avanzata della crisi dell’euro, ha assunto aspetti patologici: per Guglielmo Manetti, analista di Intermonte, le azioni italiane scontano una sottovalutazione del 20-30% rispetto alle “cugine” europee.
Ma, come sempre accade nel mondo finanziario, le mode arrivano al largo pubblico quando gli effetti si sono già consumati. L’onda dell’Orso sembra in ritirata un po’ ovunque. Grazie al traino del settore bancario (+16% circa da inizio anno), a sua volta sostenuto dalla ripresa del debito sovrano, Piazza Affari ha ingranato una marcia al rialzo che ben pochi avevano previsto. Ma si tratta di vera gloria? I primi bilanci a fine 2011 consentono di cercare di individuare il trend che, Grecia permettendo, può dominare gli umori del mercato di qui alla prossima primavera. Il dividendo?
Ha meno fascino La prima considerazione riguarda i dividendi. La nuova “moda”, sia nell’area pubblica che tra i privati, consiste nel trattenere più risorse in azienda. La cedola, insomma, resta importante ma vale ancor di più il metro di giudizio sulla capacità di crescita di una società. L’ultimo look non privilegia la remunerazione dei soci. Nel giudizio degli analisti, infatti, la prima preoccupazione è che le società sappiano gestire il livello dei debiti, la spada di Damocle in tempi di credito difficile. E così i big, che in questi anni hanno sostenuto le quotazioni dei loro titoli grazie a cedole generose, si adeguano. L’Enel, per esempio, ha anticipato che quest’anno non distribuirà l’acconto dividendo a settembre, come è avvenuto negli ultimi esercizi dietro il pressing dell’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti. La cosa ha suscitato un certo malumore tra i soci, che temono un taglio della cedola che verrà distribuita nel 2013. La società ha comunque confermato il payout del 60% sull’utile ricorrente, ma anche gli obiettivi indicati lo scorso marzo nel piano industriale 2011/2015 con un ebitda a 17,4 miliardi.
Il futuro del titolo dipende dalla riduzione del debito, a sua volta condizionato dai pagamenti dello Stato spagnolo verso la controllata Endesa (3,6 miliardi di crediti) e dalla buona crescita in America latina. A questi prezzi, il titolo tratta a 4,9 volte il rapporto valore d’impresa/ebitda e nove volte gli utili attesi al 2011. Multipli inferiori alla media del settore. Sembra invece inevitabile la discesa del dividendo di Telecom Italia. Niente di ufficiale, prima del cda, ma sembra probabile che il monte dividendi sia destinato a calare: le previsioni parlano di un taglio a 0,048 euro per le azioni ordinarie e a 0,059 euro per le risparmio.
Lo stesso presidente di Telecom Italia Franco Bernabè ha ribadito che la priorità della società rimane la riduzione del debito: durante la sua gestione è sceso da 37 miliardi a 30 miliardi di euro. Bernabè ha insistito nell’affermare che la zavorra del debito limita gli investimenti. Chi ha già deciso di non dare il dividendo alle azioni ordinarie è la Fiat, che si limiterà a retribuire i soci di risparmio e le privilegio (nel frattempo comprate a piene mani da Exor, in vista della conversione in ordinarie). Nel corso dell’ultimo mese, la società del Lingotto ha messo a segno una perfomance del 21%, riducendo la perdita degli ultimi 12 mesi al 34%. Va però rilevato che i pareri degli analisti, dopo l’exploit dei conti 2011 trainato dal ritorno all’utile di Chrysler, restano divisi. Ubs ha incrementato da 5 euro a 5,7 euro il target price sulla società automobilistica, ribadendo l’indicazione di acquisto delle azioni. Sulla stessa lunghezza d’onda Morgan Stanley, che ha alzato da 3,5 euro a 4,6 euro per azione la valutazione. Mediobanca stima il titolo fino a 7 euro, battuta da Goldman (8,5 euro). Alri non condividono tanto entusiasmo, nella convinzione che il primo semestre porterà a un pesante peggioramento della cassa. Per il 2012 la società stima un trading profit tra i 3,8 e i 4,5 miliardi di euro, molto sopra i 3,2 miliardi stimati dal consensus, cosa che ha favorito il rialzo del titolo dopo l’annuncio. Numeri di gran lusso Le trimestrali confermano l’ottimo stato di salute del settore del lusso. L’esempio più clamoroso riguarda Lvmh, che ha ormai assorbito la maison Bulgari.
Bernard Arnault, patron dell’ammiraglia del lusso transalpino, si è spinto a dichiarare il proprio imbarazzo nel sentirsi “così ripetitivo” a snocciolare, trimestre dopo trimestre, i soliti successi: utili operativi in rialzo del 22% a 5,26 miliardi di euro, superiori alle previsioni degli analisti, e ulteriori stime di crescita per l’anno in corso in tutto il mondo e non solamente in Asia. In Piazza Affari l’”effetto L” come lusso si declina anche alla voce Luxottica. Il leader mondiale degli occhiali, che ha rimarginato la ferita dello strappo con Armani (rimasto nella compagine azionaria con il 5%), ha messo a segno una crescita record del margine operativo netto del 26,8% e dei ricavi dei ricavi del 24,1% rispetto allo stesso trimestre 2010. Si tratta di un livello mai visto in precedenza su base trimestrale. La vera scommessa, a questo punto, riguarda la natura stessa del business di Luxottica, finora a metà strada tra il settore dei beni di consumo e quelle dei beni di lusso. Il trend di questi anni dimostra che Luxottica va sempre più nella direzione del lusso, cosa che potrebbe spingere il titolo a scambiare in Borsa verso multipli più elevati di Tod’s o Ferragamo.
La matricola fiorentina, che ha chiuso il quarto trimestre del 2011 con ricavi in crescita del 23% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, è stata la vera protagonista del 2011, raggiungendo una valutazione pari a 24 volte gli utili. Anche Tod’s, a giudicare dai conti di fine anno, conferma la capacità dei campioni del made in Italy di compensare con le vendite sui mercati internazionali la frenata del mercato domestico: il gruppo ha registrato nell’ultimo trimestre ricavi in crescita del 9,1% a quota 195 milioni di euro, in linea con il consensus.
Piccolo è di nuovo bello La regola è: le pmi in Borsa soffrono più delle blue chip nelle fasi dell’Orso, quando il mercato privilegia la liquidità. Il primo scorcio del 2012 ha confermato la regola, visto che in Europa sia lo Stoxx mid cap sia l’indice Small cap stanno facendo meglio dello Stoxx 50. Perciò le buone sorprese potrebbero trovarsi tra le 114 società di Piazza Affari che capitalizzano meno di 1,2 miliardi di euro. Intermonte ha passato al setaccio l’offerta, individuando 15 possibili “occasioni”, con un potenziale rialzo compreso tra il 20% e il 50%, privilegiando le società più orientate all’export nelle aree più effervescenti. O che, come nel caso di Sogefi e Datalogic, sono reduci da acquisizioni recenti che non sono ancora state valutate a dovere dal mercato. La selezione comprende Amplifon, Astaldi, Cembre, Datalogic, Engineering, Geox, Indesit, Marr, Poltrona Frau, Recordati, Reply, Saes Getters, Sogefi, Tesmec e Trevi. Da tenere d’occhio.


