Patrimoniale, l’aliquota che verrà
Un contributo una tantum o un prelievo ordinario. Ma soltanto per i grandi patrimoni
Equità. Mario Monti ha pronunciato questa parola nel discorso con cui sabato 12 novembre ha comunicato di aver accettato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’incarico di formare e proporre un nuovo governo. La congiuntura economia - a dir poco complicata - imporrà al nuovo esecutivo una politica economica che non sarà facile far digerire alle forze di partito in Parlamento e ai gruppi che esse rappresentano in aula. Si parla già da tempo di una nuova patrimoniale. E la voce si è fatta più insistente dopo che Napolitano ha nominato Monti senatore a vita. Si dà per assodato che la patrimoniale si farà. Ma che patrimoniale sarà? Qui, bisogna distinguere tra un possibile contributo dai grandi patrimoni e il ritorno della tassa sulla prima casa.
Nella prima ipotesi, il prelievo potrebbe essere ordinario oppure straordinario. Si pensa, per esempio, a un’aliquota del cinque per mille, che vorrebbe dire un esborso di 5.000 euro su un patrimonio di un milione. Di questo si è discusso mercoledì 16 novembre nel convegno organizzato dall’Aiaf, l’associazione italiana degli analisti finanziari. “Dal nostro punto di vista, le alternative sono due”, spiega a SOLDI il vicepresidente Paolo Guida. “Un cinque per mille da versare ogni anno per dieci anni, oppure un cinque per mille da pagare ogni anno per vent’anni. Ma solo per i più ricchi, che in Italia costituiscono il 10% della popolazione. Cambierebbe ovviamente l’entità delle somme raccolte: 130 miliardi di euro nel primo caso, 260 nella seconda ipotesi”.
Durante i dieci - o i vent’anni - pagherebbe solamente chi nel 2011 corrisponde ai requisiti di patrimonio minimo. Il punto è capire che cosa considerare patrimonio nel calcolo dell’ammontare imponibile. Per esempio, se vadano considerati anche i beni immobili di qualunque tipo esclusa la prima casa - oltre a navi, yatch, aerei, auto di grossa cilindrata - insieme con quelli finanziari. Includendo gli uni e gli altri, alla fine gli italiani interessati sarebbero di più.
Probabile, comunque, che la tassa riguarderà solo i patrimoni finanziari. Ovvero fondi di investimento, azioni, obbligazioni corporate italiane e non, conti correnti e depositi bancari e postali. “A questo punto, data l’emergenza, non è da escludere un intervento una tantum”, dice a SOLDI il capo della ricerca economica di Intesa Sanpaolo Gregorio De Felice. “Magari con un’aliquota dell’1%, al limite pagabile in due o tre anni. In Italia”, ricorda, “il totale delle attività è di 5.900 miliardi di euro, solo le abitazioni valgono 4.800 miliardi, e solamente quelle principali 2.700 miliardi”.
Si parla con insistenza di un ritorno dell’Ici sulla prima casa con annessa rivalutazione della rendita catastale, che è la base imponibile adoperata per questo tipo di imposta. “La scelta più corretta”, continua De Felice, “sarebbe reintrodurre l’Ici. Si badi bene, però: intesa non come tassa sul patrimonio immobiliare ma come tassa sui servizi comunali, in un’ottica se vogliamo federalista”. Escludendo dal balzello soltanto le fasce di reddito particolarmente basse o le famiglie molto numerose. E prevedendo, semmai, un coefficiente di correzione legato al numero di familiari.
“Dal ripristino dell’Ici sulla prima casa”, ricorda De Felice, “potrebbe arrivare un gettito compreso tra i 3 miliardi e i 3 miliardi e mezzo. Dipende dalla soglia di esenzione”. Si sono messe di traverso la Federazione italiana degli agenti immobiliari professionali e la Confedilizia, secondo cui la reintroduzione della tassa provocherebbe una flessione delle quotazioni tra il 10% e il 12% in un mercato - quello immobiliare - già in sofferenza. Restando però in tema di patrimoniale, a questo punto il confronto è soprattutto su cosa si intende quando si parla di grande patrimonio. La parola al prossimo consiglio dei ministri.


