Questa è una guerra al nuovo
Il tempo e il modo della protesta finalizzata a bloccare il Paese possono far pensare a obiettivi "altri"
Era scontato che categorie di cittadini interessate agli effetti delle liberalizzazioni protestassero. “Il mondo è cambiato”, aveva detto il capo dello stato in autunno, “e non si può sostenere che ciò che hanno acquisito i gruppi sociali in epoche diverse possa essere conservato così com’è”.
Reazione, dunque, prevista, alla quale il governo sta rispondendo non solo con equilibrio, ma con la forza dell’argomentare logico e la responsabilità dell’azione, per un salto di cultura civica, dopo anni di baldoria istituzionale e protette furbizie individuali e di casta.
Meno scontata , invece, ma non imprevedibile, è la protesta che - seppur nata da comprensibili rivendicazioni degli operatori dell’autotrasporto - per il modo in cui si è sviluppata sembra voler contribuire, con il blocco dei rifornimenti alle aziende e alle famiglie, alla creazione di un clima di ansia, se non paura, nel momento in cui maggiore è il bisogno di coesione sociale e di fiducia per mettere a frutto le misure che governo e parlamento vanno celermente assumendo.
I problemi dell’autotrasporto non sono di oggi ma il rinvio delle soluzioni e le spinte corporative irrazionali possono far deflagrare le situazioni di sofferenza generate dalla crisi e da insufficiente consapevolezza dell’impegno richiesto ad ognuno.
Viene in mente quanto accadde nel 1993, pochi giorni dopo l’insediamento di un altro governo d’emergenza, quello affidato al governatore della Banca d’Italia, Ciampi. Ai provvedimenti per bloccare il collasso politico e finanziario, dopo tangentopoli e la svalutazione della lira, fecero eco le bombe di Firenze, Milano e Roma, alle quali, forse - e l’analisi del procuratore antimafia Grasso è illuminante - non furono indifferenti, al di là della manovalanza, interessi di conservazione portati da vari


